Filosofia,  Note a margine

su Arthur Schopenhauer, Frammenti sulla storia della filosofia, § 1

Leggere in luogo delle opere originali dei filosofi ogni sorta di esposizione delle loro dottrine, o in genere una storia della filosofia, è come farsi masticare da un altro il proprio desinare. Si leggerebbe forse una storia universale, se a ognuno fosse possibile contemplare con i propri occhi gli avvenimenti del passato che lo interessano? Riguardo alla storia della filosofia invece, una tale «autopsia» del suo oggetto è realmente attuabile, attraverso gli scritti autentici dei filosofi, e nel far ciò ci si può sempre limitare, per brevità, a capitoli fondamentali e ben scelti, tanto più poi, in quanto tutti i filosofi abbondano di ripetizioni, che ci si può ben risparmiare. In tal modo dunque s’imparerà a conoscere l’essenziale delle loro dottrine, autenticamente e senza falsificazioni, mentre dalle storie della filosofia, pubblicate ora annualmente a mezze dozzine, si riceve soltanto ciò che di quelle dottrine è entrato nel capo di un professore di filosofia, e per di più nella forma in cui quivi vuol mostrarsi; dal che si comprende con facilità quanto notevolmente debbano restringersi i pensieri di un grande spirito, per poter trovare posto nel cervello di tre libbre di un tale parassita della filosofia, onde dovranno nuovamente uscir fuori ogni volta rivestiti del gergo del momento e accompagnati dalla sua saccente valutazione. Inoltre si può calcolare che un tale storico della filosofia, intento com’è al guadagno, difficilmente può aver letto anche soltanto la decima parte degli scritti da lui citati: il loro studio reale necessita di tutta una lunga e laboriosa vita, quale già vi ha dedicato, in tempi antichi e scrupolosi, il valente Brucker. Come può invece aver indagato in profondità questa gentuccia, che impegnata da continue lezioni, affari d’ufficio, viaggi nelle vacanze e distrazioni, si presenta per lo più già negli anni giovanili con delle storie della filosofia? Oltre a ciò essi vogliono anche essere prammatici, approfondire e provare la necessità del sorgere e del susseguirsi dei sistemi, e perfino vogliono giudicare, correggere e far da maestri con quegli austeri e autentici filosofi dei tempi passati. E tutto questo si verifica in quanto essi trascrivono le opere dei più anziani, e si trascrivono tra di loro, per poi confondere sempre più le cose, allo scopo di occultare il plagio, sforzandosi di dare ai problemi il colorito di moda nel corrente quinquennio, come pure fornendo dei giudizi nello stesso spirito. Molto opportuna al contrario sarebbe una raccolta, fatta in comune e con coscienza da eruditi onesti e intelligenti, dei passi importanti e dei capitoli essenziali di tutti i principali filosofi, riuniti secondo un ordine cronologico-prammatico, pressappoco secondo quanto hanno fatto con la filosofia dell’antichità dapprima Gedicke, e poi Ritter e Preller, ma occorrerebbe compiere una raccolta molto più diffusa. Si tratterebbe dunque di una grande generale crestomazia, portata a termine con cura e con cognizione di causa.

A. Schopenhauer, «Frammenti sulla storia della filosofia», § 1, in Parerga e paralipomena, edizione Adelphi, Milano 1981, traduzione di G. Colli, pp. 57-58.

Note a margine

  • La metafora iniziale è indicativa della pigrizia moderna e contemporanea. L’uomo moderno perde sempre di più la capacità di penser par soi-même. L’uso del pensiero, ovvero la riflessione, la capacità di elaborare concetti e problemi si fa da sé e per sé – come una digestione appunto. Nietzsche ci ricorderà dell’importanza di ruminare.
  • La storia della filosofia non è storia tout court – non è storiografia, non è nemmeno narrazione. Essa è storia vivente, conoscenza utile alla vita. I filosofi del passato sono ancora in mezzo a noi attraverso le loro parole. In ossequio alla metafora con cui Schopenhauer inizia i suoi Frammenti: si leggano i filosofi e si banchetti con essi. Basta sapere scegliere – i filosofi e le loro parole – come si farebbe a tavola con il cibo e il vino.
  • La filosofia come disciplina scolastica e accademica è parassitismo. Oggi si insegnano la filosofia e la sua storia come se esse servissero a qualcosa, ovvero educare la mente alla pensée critique. Ma chi ha fatto della filosofia una vocazione sa che la ricerca della sapienza non la si può rinchiudere tra le quattro mura di una scuola o di un ateneo. Ciò vale anche per i manuali e per i commentari – come se qualche pagina consacrata a Platone o a Descartes fosse sufficiente a rendere più saggio il lettore. Schopenhauer ci ricorda che in ambito accademico si vive di citazioni e di ossequi.
  • Dubbi sulla soluzione proposta da Schopenhauer: a) i criteri di scelta dei testi sarebbero comunque parziali, che sia una sola testa a scegliere, o che siano più teste; b) in Francia si usa fornire questo tipo di strumenti agli studenti di liceo – ma i corpus si usano anche nelle università e nelle écoles préparatoires: la scelta segue criteri politici o editoriali spesso adusi a logiche che hanno poco a che fare con la filosofia e con la sua storia (ad accompagnare Sartre, onnipresente nei programmi di insegnamento, oggi ci sono Simone Weil e Iris Murdoch, due «donne»); c) più in generale: l’antologia potrebbe essere utile allo studente e all’amateur come iniziazione al discorso filosofico, ma il filosofo e il professore di filosofia non possono esimersi dall’approccio approfondito e sistematico delle opere originali.
  • Meglio allora seguire il consiglio di Giorgio Colli:

Come si diventa un filosofo. «Scegliere per tempo i propri maestri (il fiuto dev’essere innato) — purché siano pochi. Stringerli, spremerli, sviscerarli, tormentarli, sminuzzarli e rimetterli assieme, senza subire la lusinga della polimatia. Minatore fedele alla sua caverna : è la faccia oscura del filosofo. Schopenhauer ha conosciuto questa ricetta : Nietzsche no, ma ha saputo scavare Schopenhauer».

G. Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi, Milano 1974, p. 26

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