John Locke, tolleranza e religione
Tra i concetti chiave dell’Illuminismo, l’idea di tolleranza è oggetto di discussione poiché difficile da definire e da praticare. Quello che originariamente era un principio alla base della pacifica convivenza fra confessioni diverse, ha acquisito nuovi confini, estendendo la questione ad altri ambiti in tema di convivenza delle diversità. Morali, stili di vita e culture, si confrontano tra la necessità di salvaguardare i gruppi minoritari dalle culture dominanti e quella di non frequentare individui che appartengono a gruppi differenti.
Le discussioni sulla condizione della donna, sull’omosessualità, sulle famiglie di fatto, sul crocifisso e sui simboli religiosi sono solo alcuni degli esempi della difficoltà di accettare e rispettare l’altro. L’accezione positiva del termine tolleranza implica rispetto, accoglienza e confronto nei confronti di chi pensa o vive diversamente, presupponendo il superamento della passiva e indifferente accettazione dell’altro, intesa quasi come mera sopportazione.
C’è tuttavia qualcosa di intollerabile nel concetto di tolleranza, un che di paradossale che si riferisce all’abuso beffardo che idee come tolleranza, pace, rispetto per l’ambiente, diritti umani hanno subito negli ultimi anni. Limitatamente al concetto di tolleranza, il paradosso è racchiuso nel fatto che tollerare chi è diverso in quanto titolare di diritti – su tutti quello della libertà di pensiero – implica una non tolleranza nei confronti di chi non condivide i principi da cui la tolleranza medesima scaturisce.
A meno che non si consideri la tolleranza come l’obbligo di obbedire a un principio morale assoluto: il rispetto della persona altrui. Questo valore condiviso, il rispetto per l’altro, non implica necessariamente il rispetto per ciò che costui pensa o dice, ma implica il riconoscimento dell’uguaglianza nel diritto a prescindere dalle idee, dal colore della pelle o dalla religione. Se così fosse, il limite della tolleranza è nell’incapacità di tollerare ciò che viola il rispetto dell’altro: la tolleranza scolorisce quando nega le condizioni stesse della tolleranza sconfinando nel suo opposto, ovvero l’intolleranza.
Il contributo di Locke alla storia del concetto di tolleranza
Storicamente l’idea di tolleranza nei confronti dell’altro e della sua diversità, nasce nello Stato moderno, caratterizzato da un’ideologia basata sull’uniformità, linguistica, giuridica, religiosa, contrapposta alla concezione medioevale di regno, piuttosto composito e multiforme. Se nel Medioevo la differenza era vista come un valore, nell’età moderna era vista con sospetto, provocando le guerre di religione e la conseguenze riflessione sulla necessità della tolleranza.
Volendo associare la storia della tolleranza alla storia del pensiero politico, un importante contributo al dibattito è la Epistula de Tolerantia scritta da John Locke nel 1865. Il valore di quest’opera non sta tanto nelle tesi che contiene – che non sono originali – quanto nel successo che essa ha riportato, diffondendo e consolidando, in vasti settori della società – e nella pratica istituzionale –, tali affermazioni di principio. L’opera prende le mosse dal contrasto tra le diverse comunità cristiane presenti in Inghilterra, e mira a definire quella che dovrebbe essere l’attitudine dello Stato nei confronti delle confessioni religiose. In anticipo di almeno un secolo, Locke tratta il problema della libertà religiosa e, in rapporto al suo tempo, si lascia andare ad alcune riflessioni concernenti i casi in cui lo Stato deve accordare la tolleranza ai vari culti.
Nell’antichità c’era un regime di relativa tolleranza nei confronti dei culti stranieri ma non nei confronti di chi non credeva in nessuna divinità. L’empio era considerato un pericolo per la società non avendo leggi divine alle quali ispirare la propria condotta. La vicenda di Socrate, accusato di rinnegare la religione dei padri creando nuovi dei, è stata in questo senso esemplare. Tolleranza e intolleranza si alternarono negli insegnamenti degli autori medioevali; la politica era ispirata più frequentemente all’intolleranza, soprattutto a seguito dell’alleanza tra l’impero e la Chiesa. A partire dal XV secolo il problema della tolleranza si presentò a seguito delle profonde spaccature che andavano verificandosi all’interno della Chiesa. Stava per iniziare il periodo della Riforma in cui cattolici, luterani, calvinisti, membri di altre chiese riformate, erano oggetto di odi reciproci e perseguitati. In questo clima alcuni si pronunciarono a favore della tolleranza; i filosofi umanisti in particolare auspicarono il ritorno della concordia tra i cristiani. Durante il XVI secolo si svolse un ampio dibattito sulla tolleranza volto non solo a mostrare l’inutilità di una politica intollerante ma anche a dare una giustificazione filosofica e teologica della tolleranza. Perseguire una politica di tolleranza significava in primo luogo separare le funzioni della Chiesa da quelle dello Stato, distinguere la religione dalla politica. Al dibattito sulla tolleranza seguì, a partire dal XVII secolo, una riflessione sempre più ampia sulla libertà di coscienza e, successivamente, sui diritti dell’individuo nei confronti dello Stato e della società.
La «religione vera e redentrice» è limitata all’intima convenzione dell’uomo: la fede investe la sfera della persona e nessuno Stato, nessuna organizzazione ecclesiastica possono imporla con la forza, in quanto essa può essere acquisita solo attraverso la persuasione. Tantomeno lo Stato può intervenire sulle questioni che attengono la coscienza di ciascuno. Lo Stato non ha competenze in materia di fede e di coscienza, se si arrogasse tale potere, e se sulle tesi religiose sostenute dallo Stato non vi fosse una profonda e intima convinzione dell’individuo, non vi sarebbe per questi alcuna salvezza, alcuna possibilità di entrare nella «dimora dei beati», ottemperando a quei dettami contro la sua coscienza. Pertanto l’intolleranza civile, ad avviso di Locke, è illegittima perché non rientra nella natura dello Stato garantire la verità delle opinioni o presiedere alla salvezza delle anime. Lo Stato ha la funzione di preservare il benessere sociale, salvaguardando i diritti di ognuno. A tal fine può esercitare anche una forza esteriore, anzi il suo potere consiste proprio in una forza che garantisca il rispetto dei diritti. Compito delle leggi è di attendere alla sicurezza della cosa pubblica, di vigilare sui beni e i diritti dell’assetto costituito. L’esclusione dei cattolici e degli atei dai benefici della tolleranza sembra offendere la sensibilità odierna (laica e religiosa), ma ad una analisi più approfondita si rivela perfettamente consona – «se non sempre con la teoria» – di certo con la pratica giuridica dello Stato liberale: la voglia di libertà dei primi è limitata dal loro asservimento al Papa, autentico principe, sui secondi non è possibile fare affidamento per la costruzione dello Stato in quando misconoscono la divinità che per Locke è fonte di moralità. Cattolici ed atei, insomma, come altrettanti gruppi sovversivi che scuotevano l’ordine giuridico e che l’ordine giuridico, perciò, si incaricava di sanzionare.
Religioni ed ecumenismo
«Non è questa la sede per indagare sull’origine del potere o della dignità ecclesiastica. Tuttavia dico questo: qualunque sia la sua origine, poiché si tratta di un’autorità ecclesiastica, essa deve essere rinchiusa entro i confini della Chiesa ed in nessun modo può estendersi alle cose civili, in quanto la stessa Chiesa è distinta e separata dallo Stato e dalle faccende civili». I confini sono fissi ed irrevocabili dall’una e dall’altra parte e «chi vuole confondere le due società, completamente diverse, per la loro origine, per il fine che si propongono, per i loro contenuti, mescolano due cose così separate come il cielo e la terra. Considerando la separazione delle sfere di interesse di Stato e Chiesa l’Epistola di Locke offre un secondo livello di lettura: la tolleranza tra le confessioni religiose. Se la Chiesa non è altro che una «libera società di uomini congiunti spontaneamente», che non implica l’uso di mezzi coercitivi verso gli aderenti e verso coloro che seguono un altro credo, allora, «la tolleranza costituisce la caratteristica principale della vera Chiesa», perché sopportare coloro che non la pensano come noi in materia di religione è conforme sia al Vangelo che ai dettami della ragione. Locke, inoltre, non solo constata che l’intolleranza in materia religiosa non ha mai prodotto unità, ma anche che le certezze sono limitate da una conoscenza incompleta e approssimativa. Come è possibile arrogarsi la pretesa di sostenere di avere ragione? Le rivelazioni che le diverse sette dicono di aver avuto sono sospette. Unico giudice resta, allora, la ragione, che consente il confronto tra posizioni, la discussione e il superamento dei dissensi.
La tolleranza si giustifica solo se nessuno sa quale sia la vera Chiesa!»: Locke elabora una sorta di agnosticismo secondo il quale nessuno può conoscere quale sia la vera religione e perciò nessuno può imporre la propria agli altri e afferma che ogni chiesa è ortodossa per se stessa o eretica per gli altri: pertanto la controversia fra le chiese sulla verità delle credenze e sulla correttezza dei culti e irresolubile e non può essere composta da giudici o magistrati. Ma anche la tolleranza prevede dei limiti, che ne restringono in parte il valore. Non si può essere tolleranti verso le sette che intendono sovvertire la società, o verso gli atei, afferma Locke, perché per loro non avrebbero valore giuramenti e promesse, che costituiscono i vincoli della società umana. Né si può esserlo verso il Cattolico, perché egli si consegna al servizio di un altro principe, il Papa. I Cattolici, d’altra parte, non possono chiedere per sé la tolleranza e non accettare di tollerare gli altri.
Nei Saggi sulla Ragionevolezza del Cristianesimo, Locke vuole evidenziare le verità essenziali del Cristianesimo, superando gli specifici dogmi dogmi affermati dalle sette. Il suo metodo è di andare direttamente alle fonti, cioè alle Sacre Scritture. Ne deriva – come dogma fondamentale – che Gesù di Nazareth è certamente il Messia promesso nell’Antico Testamento. I valori morali essenziali sono, poi, l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Questo è il Cristianesimo ragionevole, cioè ricondotto al nucleo di verità essenziali accettabili dalla ragione. Questo Cristianesimo non va contro la ragione dei filosofi ed ha una capacità di persuasione e di convinzione superiore ad ogni filosofia: la Rivelazione è stata capace di farsi ascoltare dalla gran massa del popolo e di giungere dove le filosofie non sarebbero mai giunte. Il Cristianesimo è stato, così, il più grande fattore di promozione della legge morale della storia dell’umanità.
Tuttavia il dibattito sulla tolleranza a partire dall’Epistola abbraccia ogni confessione religiosa, che non può trascurare il Vero e il Bene, posto il conseguimento della vita eterna: tale finalità è segno che esse sono associazioni spirituali e come tali hanno competenza sulle sole regioni dello spirito e non anche su quelle della materia. E poiché nel regno della materia campeggiano gli Stati, ossia gli apparati giuridici della coercizione, ne segue che non è lecito alle chiese servirsi degli strumenti della forza. Ecco l’illiceità di cui si diceva. Confonde cielo e terra, mescola lo spirito con la materia quella confessione che si sostiene sulle sanzioni giuridiche e che conquista il consenso degli “eretici” con i roghi e i patiboli anziché con la persuasione e l’esempio. Una cosa è l’esortazione, altra cosa la coazione materiale. E ad una associazione che ha natura spirituale conviene la prima e non mai la seconda.
Oltre che illecita, l’intolleranza religiosa è anche assurda perché non è chiaro cosa siano l’ortodossia e l’eresia, chi sia l’osservante e chi invece il deviante, quel che è vero per l’uno è falso per l’altro e viceversa: «qualsiasi cosa una chiesa creda, crede comunque che sia vera, e dichiara errore ciò che vi contraddice. Pertanto, la controversia fra due chiese sulla verità delle rispettive dottrine e la purezza del culto è ad armi pari per entrambe; e non v’è giudice, né a Costantinopoli né altrove sulla faccia della terra, che possa porvi termine con una sentenza». La religione non ha nulla a che vedere con il simulacro di dogmi messo su dalle chiese storiche e rispetto al quale ciascuna di esse pretende il monopolio dell’interpretazione. La scelta che per Locke, è tutta per i Vangeli: è nei precetti morali che vi si trovano scolpiti e che, essendo conformi a ragione, possono dalla ragione stessa venire affermati.
La libertà di opinione
La visione critica della conoscenza di John Locke, lungi dal dogmatismo illuministico, fa della ragione strumento di comprensione della problematicità del sapere, apertura al confronto, rifiuto di ogni fanatismo, tolleranza delle opinioni e delle credenze altrui. La libertà di opinione è, infatti, un diritto di natura, come il diritto alla vita e alla proprietà privata: sono tutti principi inscritti nella natura umana, che nessun passaggio dallo stato di natura allo Stato civile può mettere in discussione, afferma Locke contrapponendosi apertamente all’assolutismo di Hobbes, affermandosi anzi – storicamente – come rivendicazione di un diritto di libertà dell’individuo dallo Stato e non solo nello Stato, cioè come difesa di prerogative che il centralismo statuale non può mettere in discussione o soffocare. Anzi, è compito dello Stato garantire ad ogni cittadino la piena libertà di coscienza. Posto che la tolleranza è un dovere civile e religioso, gli argomenti che Locke produce a favore dell’uno e dell’altro non sortiscono i medesimi effetti. Quelli che fondano la tolleranza civile incontrano oggi il pieno favore delle coscienze occidentali; quelli invece che stabiliscono l’obbligo religioso della tolleranza suscitano ancora perplessità e riserve soprattutto nelle religioni di tipo esclusivo come l’Islam.
Scritta al tempo in cui si vedevano i Cattolici inglesi come potenziali alleati dei nemici francesi, la lettura odierna dell’Epistola chiaramente implica una differenziazione a seconda che sia fatta da un cittadino o da un fedele. Il primo dà per acquisito che lo Stato non fa il sagrestano delle anime e quindi non dura fatica a convincersi che la persecuzione civile è illegittima. Il secondo rifiuta il pensiero che l’intolleranza sia assurda e anticristiana. Non che il fedele sia naturalmente un persecutore e che mai potrà essere conquistato alla causa della tolleranza. È probabile che percorrendo altre strade riuscirà a comporre il dissidio tra essa e la religione. Locke, infatti, suggerisce una pratica pedagogica corrispondente ad una particolare visione della natura umana educata alla ragionevolezza, all’equilibrio della condotta, al dominio di sé e alla capacità di assumersi le proprie responsabilità nel mondo. Per questa sua fiducia nelle possibilità della natura umana e della ragione, unita al senso del limite, al realismo e all’equilibrio nel valutare quelle possibilità, per l’atteggiamento di tolleranza e di apertura che ha espresso nelle sue opere e con la testimonianza della sua vita, Locke risulta attuale ancora oggi.
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