Ciò che non mi uccide, mi rende più forte.
Varia

Alla scuola di guerra della vita

Una lettura degli aforismi tardi di Nietzsche per restituire alla frase «ciò che non mi uccide mi fortifica» il suo senso originale. Nata dallo stupore di una conversazione – da ruminare lentamente, contro il pensiero veloce del nostro tempo.


Cinque parole per chi ha bisogno di una filosofia tascabile dopo una brutta giornata: Ciò che non mi uccide mi fortifica. Le scrisse Nietzsche che nel frattempo è diventato il filosofo del pensare veloce e citato, condiviso, adottato da chi non lo ha letto. Eppure c’è qualcosa di paradossale, quasi comico, in questa adozione. Come può il filosofo del martello, colui che ha fatto della critica spietata alla morale dei deboli uno dei suoi vessilli, partorire formule destinate a chi non ha tempo e voglia di pensare? La risposta è semplice: non le ha partorite. Le ha scritte, ma poi qualcuno le ha lette a metà. È il destino dei pensatori intempestivi: essere fraintesi, essere arruolati per cause che li avrebbero inorriditi. Il caso di Nietzsche: la sorella Elisabeth lo consegnò al nazismo falsificando i suoi scritti; la pigrizia contemporanea lo ha trasformato in un guru.

Nel Crepuscolo degli idoli, l’aforisma completo recita: «Dalla scuola di guerra della vita. – Quel che non mi uccide, mi rende più forte». E già le prime parole ne cambiano il senso e bastano a separare Nietzsche da chi lo cita senza averlo letto. Il pensare positivo di quest’epoca decadente esclude le immagini infelici, per cui la guerra sparisce dalla citazione. Ma la guerra, intesa come conflitto, è il principio stesso della realtà in cui viviamo e in cui gli opposti lottano in una tensione perpetua tra vita e morte, tra salute e malattia. In questa lotta fatale tra gli opposti alla fine si soccombe, per questo la vita è scuola di guerra. E per Nietzsche la guerra è istinto: ogni natura forte cerca resistenze all’altezza della propria forza, la crescita di una natura forte si misura dalla scelta di nemici forti. La malattia fu per Nietzsche il nemico par excellence: abbastanza forte da richiedere tutta la sua forza, abbastanza vicino da non poter essere evitato.

Figlio di un padre morto giovane di una malattia cerebrale, Nietzsche aveva ereditato una costituzione fragile: emicranie devastanti, problemi alla vista, dolori addominali. La malattia fu la sua compagna di cammino nelle lunghe marce solitarie che scandivano la sua vita da apatride, da Basilea a Sils-Maria, da Nizza a Messina, passando per Genova fino a Torino, dove ebbe il crollo finale. Nietzsche ne fece un destino, e quindi una filosofia. Cambiò clima, alimentazione, abitudini; adattò la scrittura al corpo, accordò il ritmo del pensiero alla disponibilità delle sue forze. Questa fu la sua scuola di guerra. In Ecce Homo lo dice senza reticenze: si riteneva fondamentalmente sano, aveva attraversato la malattia senza esserne consumato. Distinguendola dalla morbosità, che logora e non insegna nulla. La malattia, invece, attraversata con lucidità, diventa uno stimolante che costringe a vivere più intensamente, a misurare ogni gesto, a non sprecare nulla. Il pensiero di Nietzsche è fisiologico nel senso più rigoroso: il corpo è il principio che unifica coscienza e pulsioni, che fa dell’essere umano un individuo e un campo di battaglia. La salute non è assenza di malattia: è la capacità di integrare, selezionare, trasformare – per questo va curata. La volontà di salute e di vita è già una filosofia.

Come si diventa capaci di questa trasformazione? Nietzsche è preciso, quasi tecnico. In Ecce homo descrive tutto uno stile di vita: clima, luogo, regime alimentare, riposo e divertimenti. Nel Crepuscolo degli idoli ne fa una pedagogia: apprendere a vedere, apprendere a pensare, apprendere a scrivere. Al centro di tutto: non reagire immediatamente a ogni sollecitazione. Obbedire a ogni impulsione è anti-spirituale: è, letteralmente, un segno di decadenza. Mentre la lentezza è forza di volontà applicata alla percezione stessa. Si diventa lenti, diffidenti, riluttanti. Si impara a circoscrivere il particolare, ad afferrarlo nella sua totalità, e poi a giudicare. Nietzsche lo aveva fatto con i suoi maestri, le sue fedeltà intellettuali, le sue certezze morali: li aveva abitati dall’interno prima di voltare loro le spalle. E poi, il particolare più prossimo per lui era il suo stesso corpo attraversato dall’esperienza filosofica della malattia.

Ogni punto di vista è radicato in una fisiologia singolare – il punto di vista di Nietzsche vale solo per Nietzsche. Ma il metodo è universale. È un metodo selettivo che porta i suoi frutti a condizione di operare con lentezza. Il cui complemento necessario è l’oblio. Il filosofo sano è colui che sa dimenticare, non per negligenza, ma per igiene della mente. L’oblio è la condizione di ogni ricordo. Solo ciò che è utile alla vita viene conservato; il resto viene lasciato andare, sciolto, metabolizzato. Trattenere tutto è un’altra forma di decadenza: l’incapacità di digerire l’esperienza, di trasformarla in forza.

Il filosofo sano sa ciò che vede, ciò che ascolta, ciò che vive – costruisce il suo capitale di esperienza e abita la distanza dal mondo che lo circonda. Reagisce lentamente, e altrettanto lentamente arriva a capo di se stesso. È intempestivo, nel senso che Nietzsche dà a questo termine: vivere al di là del proprio tempo. Distante dai suoi contemporanei, la sua società è quella dei grandi spiriti che hanno lasciato traccia della loro vita interiore attraverso il tempo, loro sono gli unici interlocutori degni di ascolto. I suoi luoghi non sono quelli del mondo comune: sono luoghi dello spirito, quelli in cui la vita interiore trova nuove risorse, aria pura e rarefatta, un silenzio che affila il pensiero. Nietzsche ne ha fatto l’esperienza sulle montagne di Sils-Maria. È l’estate del 1881: cammina lungo le rive del lago di Silvaplana, si ferma presso una roccia piramidale. Un pensiero lo fulmina, un pensiero che non lo abbandonerà più: e se ogni momento della vita dovesse ritornare eternamente, identico a se stesso, all’infinito? Non sarebbe una consolazione, nemmeno la promessa di un aldilà, ma il peso massimo imposto all’esistenza. Chi sarebbe capace di amare la propria vita al punto da volerne il ritorno eterno dell’uguale, incluso il dolore, inclusa la malattia, incluso l’oscuramento? Questo il criterio supremo per misurare se si è davvero capaci di dire sì alla vita. Il filosofo sano è un medico che non prescrive rimedi – indica. Ma tale indicazione vale solo per chi è capace di riceverla e poi di oltrepassarla. Il filosofo sano è colui che ha restituito a se stesso la propria salute, che ha saputo trasformare gli scherzi del destino in forza.

Al di là del suo tempo, Nietzsche torna buono per ogni epoca. Nell’Europa del XIX secolo si reagiva a ogni sollecitazione, si inseguiva ogni moda intellettuale, si confondeva l’agitazione con la vitalità – si preparavano due guerre mondiali. Cristianesimo, nazionalismo, socialismo, positivismo: le grandi ideologie del suo tempo erano sintomi diversi della stessa incapacità di selezionare. Oggi la storia si ripete. La nostra è un’epoca che moltiplica le informazioni senza digerirle, confonde la reattività con il pensiero e chiama libertà la cieca obbedienza a ogni impulso: Nietzsche ne avrebbe riconosciuto la variazione sul tema della decadenza. Gli aforismi che la attraversano non sono una promessa offerta a chiunque. Nietzsche scriveva per chi poteva reggere il peso di quelle parole. Per chi ha spalle larghe e gambe forti per portare il proprio destino, amandolo nella sua necessità, incluso ciò che distrugge.

Le forze si accumulano senza trovare la loro forma, un oscuramento interiore, come le nuvole che addensano il cielo prima del temporale. Così il filosofo sano non disperde le sue energie: le conserva, le orienta, aspetta il momento giusto. E quando arriva, quando ha trattenuto abbastanza, lascia scatenare la tempesta e colpisce come un fulmine. Questa è la formula della felicità che Nietzsche distilla dalla sua esperienza: un sì, un no, una linea retta, una meta…

Gli aforismi di Nietzsche che hanno ispirato questa riflessione

Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, § 341.
” , Crepuscolo degli idoli, «Sentenze e frecce», §§ 8, 44 ; «Morale come contronatura», § 2; «Quello che i Tedeschi non hanno», §§ 6-7.
” , L’Anticristo, § 1.
” , Ecce Homo, «Perché sono così saggio», §§ 1-2, 7; «Perché sono così accorto», §§ 1-10.