Diotima, la sapienza è donna
Secondo il racconto di Socrate nel Simposio di Platone, Diotima era una donna vissuta nel V secolo a.C. a Mantinea. Sacerdotessa e profetessa, viene evocata da Socrate durante il banchetto in cui insieme ad altri amici si discute di amore. Con Diotima, la filosofia che entra in scena nel dialogo si apre su una dimensione diversa, quella dell’intelligibile. E soprattutto, in un mondo popolato da uomini – quello della filosofia – Diotima è una figura eccezionale, in quanto fa parte di quelle figure femminili che hanno lasciato traccia del loro passaggio nella storia delle idee: dalle mitiche Aspasia, Ipparchia e Ipazia dell’antichità fino alle contemporanee Hannah Arendt, Simone Weil e Simone de Beauvoir.
Nel dialogo platonico, la novità di Diotima è nell’inversione del rapporto tra il sapiente e chi cerca di apprendere: secondo il racconto di Socrate, l’interlocutore più importante non è colui che pone domande intrise di sofismi, ma è la sacerdotessa, che insegna a Socrate la sapienza derivante dall’esperienza amorosa. Diotima risponde alle domande di Socrate con autorevolezza e fornisce un insegnamento positivo senza addurre a pretesto l’ignoranza socratica.
Ai suoi commensali Socrate racconta ciò che Diotima gli insegnò in gioventù: Eros è un demone, concepito da Poros (l’ingegno) e Penia (povertà) durante i festeggiamenti della nascita di Afrodite, dea della bellezza, a cui il dio dell’amore è devoto. Essendo «figlio di un padre sapiente e ricco di risorse» e di una madre «non sapiente e priva di risorse», Eros «possiede la natura della madre, sempre dimorando assieme all’indigenza. Secondo la natura del padre, d’altro canto, ordisce complotti contro le cose belle e le cose buone: invero è coraggioso e si getta a precipizio ed è veemente, è un mirabile cacciatore, intreccia sempre delle astuzie, è desideroso di saggezza ed insieme ricco di risorse, passa tutta la vita ad amare la sapienza, è un terribile mago, e stregone, e sofista».
Diotima insegna a Socrate che lo scopo dell’amore è l’immortalità, che si esprime nell’istinto di procreazione fisica e intellettuale, «perché la procreazione è ciò che è di eterno e di immortale può toccare a un mortale». E da donna, depositaria di una sapienza atavica, dice che non bisogna infatti meravigliarsi «che ogni essere, per natura, tenga in pregio il proprio germoglio: in vista dell’immortalità, difatti, ciascuno è accompagnato da questo slancio e da questo amore». Mentre ci sono uomini che, fecondi nei corpi, «si rivolgono di preferenza verso le donne e, si atteggiano amorosamente a questo modo» e uomini che, fecondi nell’anima, «ingravidano nell’anima, più ancora che nel corpo, di ciò che spetta all’anima concepire e partorire».
L’insegnamento di Diotima mostra che la via da seguire è di diventare «amante di tutti i corpi belli», amando quindi un solo corpo, ma non di amore eccessivo, e cercando la bellezza che sta nelle anime a tal punto «da tenerla in maggior pregio di quella che sta nel corpo». E così, «cominciando dalle cose belle di questo mondo, innalzarsi sempre – con quell’oggetto, il bello, come fine – mediante l’aiuto, per così dire, di scalini, da uno solo a due e da due a tutti i corpi belli, e dai corpi belli alle maniere belle di vita, e dalle maniere di vita agli apprendimenti belli, e dagli apprendimenti innalzarsi e finire in quell’apprendimento, che non di altro è apprendimento se non di quel bello in se stesso; e coglierà, giunto al compimento, proprio ciò che è bello come tale».
Platone per bocca di Socrate ci racconta quindi che la sapienza è donna. Diotima insegna a Socrate – e quindi a tutti noi – come raggiungere l’eccellenza attraverso l’esperienza amorosa. E «l‘eccellenza qui, è dunque bellezza», scrive Giorgio Colli nella sua introduzione al Simposio, e «la grandezza si non conquista, ora, con il sangue versato in battaglia o con il distacco ascetico, ma con la dolcezza e l’effusione del vivere, con la «frenesia di Dioniso»: poiché non si trova nella solitudine, ma nella vita in comune. Il culmine dell’esperienza, spogliata ormai delle cose sensibili e divenuta solo interiore, è quello che Diotima chiama l’indicibile idea del bello». [Citazioni tratte da: Platone, Simposio, a cura di Giorgio Colli, Adelphi, Milano, 1979].