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Esiti politici della Scienza nuova di Vico

Brillante e originale, Giovan Battista Vico è stato protagonista dell’ambiente intellettuale del suo tempo. Colorita personalità nel variegato panorama della cultura italiana ed europea, si tratta di una figura profondamente legata a testi e dottrine rinascimentali, e dunque già arcaiche nella sua epoca, tuttavia capace di apparire, nella sua geniale ambiguità, come un precursore di orientamenti di pensiero che si manifesteranno alcuni decenni più tardi. Il fascino di Vico è dovuto al suo stile erudito e a un pensiero i cui concetti fondamentali si prestano a problematiche sempre attuali: lo storicismo, l’ermeneutica, l’approccio antropologico e filologico, trovano largo spazio nella Scienza Nuova, oggetto di un interessante conflitto interpretativo tra quanti sottolineano l’arretratezza di Vico rispetto ai problemi posti dalla cultura illuminista e coloro che ne pongono in rilievo la modernità e l’attualità.

Nel definire il legame che si è instaurato tra il pensiero di Vico e gli eventi storici nei secoli XVI e XVII, un posto preminente occupano i fatti accaduti a Napoli che, idealmente, permettono di porre dei limiti temporali dentro i quali è possibile inserire la biografia vichiana. Un particolare accenno va fatto relativamente ai due moti popolari che segnano i confini di un secolo ricco di eventi: la rivolta di Masaniello, avvenuta nel 1647, che ha dato un serio scossone alla vita politica e sociale del Viceregno ponendo le basi per i successivi avvenimenti, culminati nell’abolizione del Tribunale dell’Inquisizione del 1747, l’altro evento significativo del clima di libertà intellettuale che si respirava nella capitale partenopea.

Vico, insieme a Giannone, Muratori e Genovesi, appartiene alla florida generazione che avrebbe sviluppato su un piano più sistematico e articolato le tematiche di Bruno, Campanella, Sarpi e Galilei. Nella persistente disgregazione politica dell’Italia di quegli anni, questa generazione ha coltivato le migliori tradizioni intellettuali della penisola gettando un ponte fra la cultura rinascimentale italiana e l’Illuminismo europeo. In tal senso, pur guardando ai nuovi sviluppi della civiltà europea, non si è limitata all’imitazione e, come nel caso di Vico, ha assunto spesso una posizione critica originale.

Accertare il vero e inverare il certo

Giovan Battista vico scrive nell’Autobiografia di essere cresciuto «da straniero nella sua patria», ma trae dal suo isolamento sia l’avversione allo scolasticismo imperante, sia l’audacia dell’innovazione intellettuale. Dietro un apparente eclettismo matura la sua opposizione alle mode intellettuali e la sua capacità di assimilazione critica delle grandi correnti del pensiero moderno.

Coniugando il metodo razionale alla tradizione sperimentale e naturalistica, Vico risale alle origini della cultura italiana e tenta con la sua scienza nuova l’unificazione di ragione e storia. Al tempo stesso imposta un’unificazione sistematica di filologia e filosofia, di linguistica e giurisprudenza, favorita dalla compresenza di quattro autori nelle qualità di maestri, ovvero Platone, Tacito, Bacone e Grozio. Come si possano conciliare la metafisica Platone con l’empirismo baconiano e ancora le loro impostazioni filosofiche con le analisi storiche di Tacito e quelle giuridiche di Grozio si evince dagli originali risultati a cui approda la ricerca di Vico, il cui pensiero diventerà la matrice dello storicismo moderno, anticipando Hegel. La prospettiva intellettuale vichiana entusiasmerà pure Marx che sottolineerà ulteriormente come la corretta applicazione dell’ermeneutica sia possibile solo nei confronti della storia, intesa come storia dell’umanità.

L’uomo può conoscere solo ciò che ha fatto e la percezione del senso della natura e della vita, che alla mente umana sfugge, deriva dalla fede. L’indagine di Vico sviluppa il suo centro di gravità nella ricerca di una connessione d’insieme entro i due versanti sensoriali dell’essere umano, ovvero il corpo e la mente: «[…] il corpo e le cose che al corpo pervengono, come i sensi, che sono cose finite, dividono l’uomo da ogni altr’uomo, e perciò circa le cose sensibili, tanti sono gli uomini, quante le opinioni. Ma la mente lo fa posseditore di alcune comuni nozioni di eterna verità, nelle quali egli cogli altri uomini partecipando, viene con essi a congiungersi». Pertanto alle cose umane Vico applica il metodo sperimentale baconiano unito alla filologia, giungendo poi alla complessiva interpretazione storica attraverso l’uso di filosofia e metafisica platoniche, mediante la conoscenza delle leggi dello sviluppo storico e del funzionamento del dominio e del potere e un’attenta cognizione delle formazioni giuridiche.

Su questi versanti del sapere si sviluppano i concetti del certo e del vero: «la filosofia contempla la ragione, onde viene la scienza del vero; la filologia osserva l’autorità dell’umano arbitrio onde viene la coscienza del certo» e l’impiego combinato di filologia e filosofia permette la costruzione della scienza nuova. Pertanto il vero proviene dall’idea, il certo dal fatto. Del primo si occupa la filosofia nella qualità di scienza normativa, del secondo la filologia quale scienza descrittiva e intesa come studio della moltiplicità dei fatti della storia. Nella dottrina vichiana diventa quindi fondamentale, data la convertibilità del vero con il fatto, accertare il vero con la filologia e inverare il certo con la filosofia.

Il vero è garantito dalla consapevolezza della mente, quale manifestazione dei momenti logici del comprendere e trattazione sistematica delle categorie dello spirito nella storia, infatti «questa Scienza è una storia dell’umane idee, sulla quale sembra dover procedere la metafisica della mente umana; la qual regina delle scienze […] cominciò d’allora ch’i primi uomini cominciarono a umanamente pensare», giacché non sono cose diverse l’ordine logico delle categorie mentale e il loro succedersi cronologico nella storia dell’uomo. L’uomo fa la storia e nella storia fa se stesso e perviene alla conoscenza di sé, tuttavia, dotato di libero arbitrio «da Dio è aiutato naturalmente con la divina provvidenza, e soprannaturalmente dalla divina grazia»; il genere umano ha «vivuto e vive consapevolmente in società» senza forza né utilità, ma retto dal timore di sé stesso dietro il quale spunta il timore di Dio. L’aiuto divino è necessario poiché il pensiero umano è limitato, può solamente scorrere sulla superficie delle cose senza penetrarle: la coscienza genera percezioni, ma per una piena comprensione delle cause che generano l’esistenza è necessario entrare dentro l’intimo movimento che ne scaturisce, quindi bisognerebbe essere pari al Creatore del mondo.

L’uomo attore e autore di una straordinaria avventura intellettuale

La ricerca del nesso fra eventi e verità induce Vico a tratteggiare in un disegno caotico e al contempo grandioso, in cui si trovano gli elementi mitici e primitivi della storia, il passaggio dalla sapienza volgare dei poeti alla sapienza riposta dei filosofi, «talché si possono quelli dire essere stati il senso e questi l’intelletto del genere umano». Vico ripercorre così la storia delle parole e la storia delle cose per scoprirne il senso profondo, giovandosi di una serie di prodigiose immagini, come in una straordinaria avventura intellettuale in cui partendo dagli uomini «delle razze di Cam, di Giafet e finalmente di Sem» narra dei giganti «de’ quali si sono trovate e si tuttavia si trovano i vari teschi e le ossa d’una sformata grandezza» dei quali «fu sparsa la terra dopo il diluvio». È una delle pagine più celebrate dell’opera di Vico, quella Del diluvio universale e de’ giganti, un passo di ampio respiro, in cui lo scrittore napoletano ha voluto seguire con i propri occhi il formarsi dell’umanità gigantesca e nella quale trovano posto logica e narrazione e si palesano i sentimenti che la visione dell’umanità selvaggia ha destato in lui.

La barbarie è un momento dotato di imprenscindibile funzione storica, da cui il mondo, ancora bambino, inizia l’ascesa che porterà i suoi abitanti ad acquisire una coscienza morale che «cominciò, qual dee [la moral virtù] dal conato, col qual i giganti dalla spaventosa religione de’ fulmini furon incatenati per sotto i monti, e tennero in freno il vezzo bestiale d’andar errando da fiere» e che dà loro altresì la virtù dell’animo e il pudore, «che Socrate diceva essere “il colore della virtù”. Il quale, dopo quello della religione è l’altro vincolo che conserva unite le nazioni». Perché «tali primi uomini» possano por fine alle loro «passioni bestiali», è necessario che scaturisca «il conato il qual è propio dell’umana volontà, di tener in freno i moti impressi alla mente dal corpo, per o affatto acquetargli, ch’è dell’uomo sappiente, o almeno dar loro altra direzione ad usi miglior, ch’è dell’uomo civile». Al di là del valore teoretico che è possibile attribuire al conato, va sottolineata l’importanza politica, poiché esso coincide con il libero arbitrio umano. Infatti «cotal autorità è il libero uso della volontà, essendo l’intelletto una potenza passiva soggetta alla verità: perché gli uomini da questo primo punto di tutte le cose umane incominciarono a celebrare la libertà dell’umano arbitrio di tenere in freno i moti de’ corpi, per o quetargli o dar loro migliore direzione».

La civiltà nasce dalla coscienza morale e dall’istituzione della famiglia, quale suo nucleo fondamentale, giacché gli uomini riescono a «strascinare per sé una donna dentro le loro grotte e tenerlavi dentro in perpetua compagnia di lor vita». In questo processo si ravvisa l’opera ordinatrice della provvidenza, che non si sovrappone al processo storico: la società si struttura in forme proprie e perfettamente connaturate alle epoche che si susseguono. Emerge chiara la volontà di esaltare la libertà delle attività umane, giacché la provvidenza guida le genti sulla via del progresso e della socievolezza, ma le circostanze in cui essa opera sono dotate di «semplicità e naturalezza» e non solo, poiché «ciò che dee recare più maraviglia è che la provvidenza come, trallo far nascere le famiglie […], aveva fatto nello stesso tempo nascere il diritto naturale delle genti maggiori […]; così, trallo far nascere le repubbliche, per mezzo di essa forma aristocratica con la qual nacquero, ella il diritto naturale delle genti maggiori (o sieno famiglie), che si era innanzi nello stato di natura osservato, fece passare in quello delle genti minori (o sia de’ popoli), da osservarsi nel tempo delle città».

Nasce lo Stato, presentato come stato di classe in cui le divisioni tra eroi e plebei sono al contempo economiche, politiche e ideologiche. È questa l’età che Vico definisce eroica inducendo «a ragionare sull’eroismo de’ primi popoli», diverso da quello che è stato immaginato dai filosofi, ingannati dai filologi: Achille, Ettore, Ulisse, Bruto, Scevola, Manlio, i Curzi, i Deci, i Fabrizi, i Curi, gli Attili Regoli, sono sì ritenuti di «superior natura», ma la loro è una virtù che non riserva favore alcuno a chi è estraneo alla loro patria e a cui non si sentono legati da vincoli comuni. Sono tempi crudeli e, seppure inneggiando alla mitologia dell’eroismo, e dell’eroismo latino in particolare, Vico, nella sua analisi storica, esprime l’opinione che, scaturite dagli eroi, le repubbliche sono aristocratiche per natura e il bene pubblico deve essere conservato dalle «monarchie familiari», allorché sono «i cittadin patrizi» a nutrire interesse per la vera patria.

In queste pagine, tra le più moderne di Vico, la freddezza machiavellica con cui narra i fatti e ne afferma le fatali conseguenze contrasta con il colorito senso d’umanità con il quale tratteggia ampiamente la crudeltà dei tempi eroici e la sofferenza della plebe sotto i governi aristocratici. Vico continua la sua narrazione tra analisi concettuale e critica storica delineando le eterne proprietà della poesia e del poeta, personificato nel vero Omero, colui che testimonia, attraverso la sua arte, la coscienza del popolo greco nel periodo eroico della sua storia. Poiché l’età eroica è età poetica, Iliade e Odissea sono opere compiutamente poetiche: la poesia per Vico non è avulsa dalla storia, ma nasce in terreno storicamente e socialmente fertile e ne esprime le forme di consapevolezza spirituale. Omero non è l’incerto e vagante iniziatore della poesia, ma il padre e insieme il principe di tutti i sublimi poeti: la supremazia, riconosciutagli anche nei confronti di Virgilio, scaturisce dalla nuova Logica poetica o Estetica, che risolve in sé l’antiquata teoria dei generi e della retorica.

La storicità del diritto insita nel progresso umano

Vico tratteggia la storia ideale eterna che si riferisce alle determinazioni dell’ordine in cui si succedono le forme della civiltà con l’intento di scoprire le forme realizzate nel tempo umano in maniera ordinata e per mezzo della provvidenza. La storia ideale eterna giunge così alla terza età, i cui protagonisti sono gli uomini dotati adesso della capacità di riflettere con mente pura, dopo essere passati dal sentire inconsapevole dell’età degli dei alla commozione dell’età eroica: la volontà umana adesso riesce a percepire il senso del vero, dopo essere stata retta dalla ferinità del certo.

L’uomo ha percorso i secoli attraverso tre diverse nature da cui sono scaturite le triadi di costumi, diritti naturali, governi, lingue, caratteri, giurisprudenze, autorità e giudizi che interessano il corso delle nazioni che si dipana con «costante uniformità» giacché le «tre speciali unità, con altre molte che loro vanno di seguito e saranno in questo libro pur noverate, tutte mettono capo in una unità generale […] la qual è l’unità dello spirito, che informa e dà vita a questo mondo di nazioni ». La ricerca di Vico evidenzia, pur nel suo intreccio di motivi filologici, filosofici, storici e sociologici, la tendenza a mettere in luce, nello sviluppo della mente umana, le origini spontanee della civiltà e della sua fenomenologia, sorte e cresciute per volontà e necessità umane, il suo progresso e il suo inevitabile decadimento che, alla fine di ogni epoca, porta le nazioni a risorgere.

La rappresentazione vichiana dei cicli storici differisce da quella tradizionale, tramandata dai Greci, non soltanto per l’ordine di successione delle diverse costituzioni, ma anche per il senso del movimento storico, che è ciclico come quello degli antichi, ma è anche progressivo. Nei corsi e ricorsi storici, dunque, è insito il progresso e si spiega così il senso del giusnaturalismo vichiano, che è ben altro che una pura teologia dogmatica, trattandosi del frutto di un’indagine storica in cui l’ordine naturale è la mente delle società civili e le leggi ne sono la favella. Viene quindi affermato lo sviluppo storico del diritto, nel quale la legge positiva costituisce l’elemento certo e sul quale la ragione umana elabora i criteri della giustizia del vero.

Nella storia delle nazioni si realizza il diritto in tutta la sua storicità: la storia ideale eterna assorbe tutto e il diritto universale si riproduce generando nuove leggi eterne, frutto del progresso et la nuova scienza si fa al contempo critica nei confronti di Grozio, che si è limitato alla filosofia ignorando la storia, i filosofi, che non hanno tenuto conto delle origini della società, e i filologi, che si sono limitati alla lettura delle cronache slegate di alcuni storici.

La metafisica che fissa il significato degli ultimi eventi non è più una tavola di dogmi, diventa piuttosto una teologia civile, una complessa filosofia dellas toria che nella storia stessa ha il suo inizio : se Dio, infatti, ha posto nella natura degli uomini i sensi eterni del vero, deve essere possibiile riconoscere i frutti del vero ricostruendoil significato stesso di ciò che è certo poiché la storia è tanto testimone del tempo quanto testimone della verità.

Teologia civile e relativismo politico

La ricostruzione vichiana della storia umana è fondata principalmente sulla successione delle fdiverse forme di organizzazione politica : senza tralasciare i mutamenti di natura economica, per Vico è la forma di governo che identifica un’epoca e il passaggio da una fase storica ad un’altra avviene quando si compie la trasformazione politica da una forma di governo originaria a una nuova.

La triade tradizionale, cui Vico aveva attinto e che aveva riportato nel De Uno, muta nella Scienza Nuova in quanto la repubblica popolare discende immediatamente dalla repubblica aristocratica e la monarchia, non più nella sua forma intermedia e degenerata, compare subito dopo la repubblica popolare come forma alternativa, e anche più perfetta, di dominio della ragione. Nella Scienza Nuova il mutamento dell’ordine, per cui dalle repubbliche aristocratiche derivano le repubbliche popolari, lascia immutato il riferimento alla monarchia di Nino, dalla quale Vico fa cominciare la storia ideale eterna.

Nel capitolo dedicato alle «tre spezie di governi», questi non ricalcano le tre forme classiche, ma «i primi furono divini, che i greci direbbono “teocratici”, ne’ quali gli uomini cedettero ogni cosa comandare gli dei, […]. I secondi furono i governi eroici ovvero aristocratici, ch’è tanto dire quanto “governi d’ottimati”, in significazion di “fortissimi”, […] ne’ quali […] tutte le ragioni civili erano chiuse dentro gli ordini regnanti de’ medesimi eroi, ed a’ plebei, come riputati d’origine bestiale, si permettevano i soli usi della vita e della natural libertà […]. I terzi sono governi umani, ne’ quali […] tutti si uguagliano con leggi […] nelle loro città, così libere e popolari […], o nelle monarchie, qual’i monarchi uguagliano tutti i soggetti con le lor leggi».

Il ritmo triadico di Vico nella sua forma più ricorrente comprende anche lo stato delle famiglie attraverso l’accorgimento dell’unificazione di democrazia e monarchia. Al di fuori della triade restano lo stato ferino del principio e la dissoluzione del governo monarchico alla fine : l’ordinamento dei concetti, ora triadico, si fonda sulla contrapposizione tra mente spontanea e mente riflessa.

Poiché «l’ordine delle idee dee procedere secondo l’ordine delle cose» in questo processo «i natii costumi, e sopra tutto quello della natural libertà, non si cangiano tutti ad un tratto, ma per gradi e con lungo tempo». Ciò spiega come nelle repubbliche aristocratiche «restaron intieri gl’imperi sovrani privati a’ padri delle famiglie, quali gli avevano essi avuto nello stato già di natura», come fu appunto la repubblica romana nella fase del governo popolare, «governate aristocraticamente». Questa argomentazione di tipo storica permette a Vico di sostenere che, se è vero che non possono darsi governi misti, vi sono nella realtà degli Stati in cui le forme successive sono «mescolate» con le forme precedenti. «Ma poi che i potenti delle repubbliche popolari ordinarono tal consiglio pubblico a’ privati interessi della loro potenza, e i popoli liberi, per fini di private utilità, si fecero da’ potenti sedurre ed assoggettare la loro pubblica libertà all’ambizione di quelli, con dividersi in partiti, sedizioni, guerre civili, in eccidio delle loro medesime nazioni, s’introdusse la forma monarchica». Modello per il quale Vico mostra preferenza, ma, data la sua prospettiva storica, non si pone comunque il problema della miglior forma di governo : storicismo è anche relativismo (in questo caso politico), e per Vico non esiste altra storia ideale eterna se non quella in cui «corrono in tempo le storie delle nazioni» e non vi può essere un unico ed esemplare ottimo Stato, disegnato in tutti i suoi minimi particolari, così come non vi può essere neppure uno Stato per i diversi tempi che sia migliore di un altro, perché ogni tempo ha nel disegno di quella «mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch’essi uomini si avevan proposti » il proprio Stato e non può averne un altro diverso.

Il capitolo conclusivo della Scienza Nuova è intitolato significativamente Sopra un’eterna repubblica naturale, in ciascheduna sua spezie ottima, dalla divina provvidenza ordinata : è la conclusione di un’opera in cui Vico ha espresso, e dopo di lui solamente Hegel, con grande rigore il profondo senso dell’assolutezza relativa di ogni forma politica definita «in ciascheduna sua spezie ottima».

Ricezione della Scienza Nuova e attualità del pensiero vichiano

Il fascino della Scienza Nuova è dato dalla persistente attualità di alcuni concetti e problemi, nonostante il suo autore sia rimasto legato a schemi di pensiero lontani dal razionalismo cartesiano e dalla rivoluzione scientifica galileiana. Vico, arcaico o attuale, ha comunque arricchito il patrimonio filosofico e nel suo approccio storico, ermeneutico, allegorico, antropologico e filologico vi è la matrice delle sue idee che ha favorito il nascere di nuove discipline nel campo delle scienze umane.

L’approccio storico di Vico ha dato le mosse all’interesse per lo studio dell’origine e della natura delle cose: Hegel che è il fondatore dello storicismo, e Croce, che ne è uno dei continuatori, rivendicano nella storia un senso di orgoglio e di piena efficacia della ragione umana che non esiste in Vico che al cogito cartesiano preferisce la potenzialità del suo creativo facere, ponendo di fatto una scissione tra l’inconoscibile mondo divino della provvidenza e il mondo umano della storia oggetto di indagine razionale.

L’uomo è autore e attore della storia e di essa ne fanno parte anche le attività intellettuali e artistiche: l’interpretazione di un testo o di un fenomeno culturale avviene secondo l’approccio ermeneutico che pone delle domande nel tentativo di conoscere ogni aspetto umano e prepara il terreno alla moderna ermeneutica che rende l’uomo pienamente responsabile della relatività dei suoi giudizi.

Il senso della critica vichiana è volto allo svelamento e alla comprensione del senso e lo storicismo vichiano è per certi versi anticipatore anche di alcuni aspetti del marxismo, come la dipendenza delle attività umane dal sistema di dominio e dalla forma di civiltà in cui si sviluppano. In questa precarietà di significati è importante l’approccio allegorico che Vico persegue con modernità, effettuando il tentativo, peraltro ben riuscito, di respingere gli schemi precedenti per favorire una lettura in chiave relativista del senso di attualità delle attività umane.

Ogni fase della civiltà corrisponde alle fasi individuali della vita di ciascuno: il genere umano è unico ma comuni sono i modi con cui si emancipa dalla barbarie e nascono le nazioni. L’importanza del mito, lo studio del linguaggio, l’amore per la poesia, l’interpretazione irrazionalistica che Vico ha nel suo approccio antropologico e il cumulo di informazioni che ci offre sulle vicende dei popoli possono leggersi come il tentativo del pensatore napoletano di porre le basi per la moderna antropologia.

L’approccio filologico nella lettura in chiave politica della Scienza Nuova la eleva a scienza dell’uomo, in cui il linguaggio è pienamente inserito nella dimensione storica : la storia del linguaggio è la storia della civiltà, dal linguaggio muto si passa al linguaggio fantastico e metaforico per giungere al linguaggio razionale, ma comunque tratto comune dell’unità del genere umano. La sottolineatura dei tratti comuni contraddistingue lo sviluppo civile presso ogni tipo di nazione secondo un’ottica che presuppone spirito di tolleranza ed esclude ogni forma di razzismo : è la nuova scienza che prevede la reciproca comprensione degli uomini e prescrive la costruzione di un mondo umano accessibile ad ogni individuo.