Letteratura,  Letture

Lo zibaldone di Jorge Luis Borges

Il primo ricordo che ho di Jorge Luis Borges risale alla lettura de Il nome della rosa. Nel romanzo di Umberto Eco, lo scrittore argentino incarna uno dei «tanti uomini» che egli è stato, ovvero, il monaco incendiario Jorge da Burgos, in cui è connotato dal trinomio cecità-biblioteca-labirinto. Ben più di una allusione allo scrittore argentino, quella che Umberto Eco fa nel suo romanzo è un’autentica citazione in pieno stile borgesiano. Reputo nella natura delle cose, poi, il fatto che abbia dovuto incontrarlo in numerose e svariate citazioni ancora di Savater, Cioran, Sciascia e Zafón, prima che mi decidessi a leggere qualcosa scritto da Borges medesimo.

Ciò che più apprezzo in uno scrittore è la concisione e aver avuto conosciuto Jorge Luis Borges per mezzo di due raccolte di racconti (e poesie) lo ha reso immediatamente ben accetto ai miei riferimenti letterari. Dopo un corteggiamento fatto di ammiccamenti (le citazioni) e sguardi furtivi (la lettura, in italiano, dei racconti de El Aleph), l’incontro fulminante con El Hacedor che, in edizione bilingue, aspettava di essere preso in mano sulla bancarella di libri usati a Villa Bellini. Nonostante il poeta argentino abbia definito questo libro uno zibaldone «raccogliticcio e disordinato», nei ventiquattro racconti e nelle ventinove poesie del libro si possono intravedere venticinque anni di vita intellettuale. Fra il 1934 e il 1959, Borges «abbozza in parabole» le sue impressioni, accompagnate dall’incessante ricorrere di innumerevoli citazioni e sullo sfondo alcuni dei temi a lui cari come un fil rouge che lega tra loro i diversi periodi dell’opera dello scrittore argentino.

Hacedor si traduce in italiano con il termine artefice, dal latino artifex, con cui nel Medioevo si identificava colui che sapeva usare al meglio la materia prima per trasformarla in manufatti. L’artefice era parte integrante della società e del mondo medievale, mentre oggi quei manufatti rientrano nella categoria di opere d’arte. La materia prima di Jorge Luis Borges è la parola e la conquista dell’artefice è la capacità di praticare l’arte del già detto, il gusto della citazione, la riscrittura di infinite riscritture che ne fanno un’originale Arte poética, in cui la poesia che «vuelve come el aurora y el ocaso» (ritorna come l’aurora e il tramonto) – ridona vita a simboli (il fiume eracliteo) o miti (Ulisse viaggiatore) già esistiti ma mai svaniti.

Come La luna, immagine del maleficio che pesa su chi esercita «el oficio de cambiar en palabras nuestra vida» (il mestiere di cambiare la nostra vita in parole), ovvero perdere di vista l’essenziale. E giù, una sequenza di immagini poetiche che Borges riscrive, salvo poi scoprire che il segreto sta nell’usare con umiltà la parola – «nomina nuda tenemus» direbbero Bernardo Morliacense e Umberto Eco – e solo questo all’uomo è consentito dal fato, pronunciare il nudo nome di ogni simbolo. E il topos dell’ubi sunt ritorna nella doppia immagine della tigre protagonista di un viaggio trasfigurante in cui sanguinaria e felina da Sumatra giungerà innocente e insanguinata ad una vasta Biblioteca e «salvará las bárbaras distancias» (supererà le barbare distanze) in cerca de El otro tigre, «el que no está nel verso» (quello che non si trova nel verso).

È un continuo rovesciamento di prospettiva nell’ontologia di universali e individuali, cosicché Borges insinua il dubbio sulla realtà dei nomi e sull’esistenza degli enti al punto da fornirci un’ennesima prova dell’esistenza di Dio, questa volta sotto forma di Argomentum Ornithologicum: Dio esiste in quanto inconcepibile, scrive, e in quanto azzardata creazione della letteratura fantastica, sentenzia. E all’inizio e alla fine di ogni creazione c’è il mito e vale anche per gli artefici della parola: Miguel de Cervantes diventa protagonista di una parabola accanto al suo alter ego Don Quijote, e un inconsapevole Dante prende posto nel destino del leopardo infernale che «habrás dado una palabra al poema» (avrà dato una parola al poema), la parola lonza [Inferno, I, 32].

Un destino irreversibile, e per questo spaventoso, il cui simbolo è la sabbia della clessidra, che ha una storia infinita: «el rito / de decantar la arena es infinito / y con la arena se nos va la vida» (il rito / di decantare la sabbia è infinito / e con la sabbia se ne va la vita). E ci scopriamo fatti di tempo, «materia deleznable», la morte incessante ci consuma, e nell’inconsapevolezza dei gesti compiuti per l’ultima volta è tutto il limite dell’esistenza dell’uomo che, quantunque voglia disegnare il mondo, può solamente tracciare l’immagine del suo volto.