Filosofia,  Longform

Nietzsche politico in Umano, troppo umano

Il consolidamento del positivismo a fine XIX secolo favorisce lo sviluppo di una mentalità che esalta la coscienza e consente l’analisi psicologica. La felicità non deriva dal progresso scientifico e per l’uomo che avverte la mancanza di certezze è necessario ricercare dentro di sé l’equilibrio. Ne è consapevole Nietzsche, il cui pensiero prende di mira le pretese certezze della scienza. L’attenzione per la scienza che Nietzsche presta in Umano, troppo umano, prende le distanze dagli entusiasmi positivisti di quegli anni, e rappresenta per il filosofo una nuova occasione per penetrare ancora più a fondo l’impianto logico razionale nato in Grecia. In quella che si può definire la sua opera più illuminista, il pensatore tedesco sfrutta in maniera paradossale le potenzialità dello sguardo scientista per mettere in crisi dal suo interno la scienza stessa.

La chimica delle idee e dei sentimenti ha per oggetto d’indagine le forme spirituali prodotte dalla civiltà occidentale, estrinsecazioni della morale, intesa nel senso più ampio possibile, apparentemente fondata su valori universali ed eterni. Affinando la Umwertung aller Werte avviata con La nascita della tragedia, Nietzsche individua il fondamento umano, troppo umano, di ogni forma di verità che si pretende assoluta. I valori universali hanno la loro genesi negli istinti, nei bisogni, nei desideri e nelle paure dell’uomo: ogni pretesa di assoluto si dissolve nel momento in cui si constata che ogni verità ha una origine solo umana, troppo umana. Lo smascheramento effettuato dal filosofo non risparmia nessuna delle attività umane che la morale impregna di sé: dalle abitudini quotidiane alla metafisica, dall’educazione all’etica fino all’arte e alla scienza, non ultime alla politica e alla religione.

Nietzsche non teme il grandioso confronto con i massimi problemi dell’uomo e nel proclamare che «Dio è morto!», non annuncia la morte o l’inesistenza di Dio, ma che è l’uomo religioso a non esistere più. Per questo «Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!». L’uomo ha sotterrato quanto di più sacro è riuscito a creare, ovvero le grandi finzioni: il platonismo, il cristianesimo, il socialismo, e infine il mito illuminista del progresso, tutte espressioni dell’esorcismo umano, troppo umano, per superare la paura della morte.

L’inattuale attualità politica di Nietzsche

Nella sua generale riflessione etica e politica, Nietzsche avversa decisamente il nazionalismo, evita di provocare la peste del socialismo e critica la democrazia della Restaurazione, ma la posizione più interessante è quella che assume nei confronti dello Stato in quanto istituzione a cui dedica uno sguardo nell’ottava parte di Umano, troppo umano. Nella decostruzione del concetto di Stato Nietzsche attraversa l’intero spazio politico e partendo dalla polis greca, passa attraverso il principato italiano di matrice machiavelliana e il contingente esempio bismarckiano, ritornando al cesarismo imperiale romano: questo processo conduce all’annichilimento della struttura statale intesa come istituzione burocratico-militare. L’esito del pensiero nietzschiano cerca, anche nella speculazione politica, la sintesi del perenne conflitto tra dionisiaco ed apollineo che si concretizza nella ripresa della connessione tra Kultur e schiavitù, alla cui realizzazione provvede l’apollineo dorico-prussiano, ovvero «il dio dello Stato che è anche il dio della guerra e della schiavitù».

Nell’aforisma intitolato L’innocenza nelle cosiddette cattive azioni, Nietzsche smaschera le origini dell’istituzione statale e motivandole dall’istinto di conservazione offre una rilettura del bellum omnium contra omnes teorizzato nel saggio Lo Stato greco in cui la nascita del potere statale non dipende da nessun accordo: «Nella fase che precede lo Stato, il singolo può esser duro e feroce verso altri esseri solo per spaventarli […]. Così agisce il violento, il potente, l’originario fondatore di uno stato, che sottomette a sé i più deboli. Egli ha diritto a far ciò, quel diritto che ancor oggi lo Stato si arroga; o piuttosto: non esiste alcun diritto che lo possa impedire». Lo Stato quindi non nasce per contratto, ma scaturisce dalla natura violenta dei rapporti umani che lo sublimano fino a idolatrarlo e opporlo alla cultura. La riflessione nietzschiana sullo Stato ha come termine di paragone il Reich bismarckiano, essenziale per comprendere il tema della grande individualità: anche se la politica di Bismarck lo lascia talvolta perplesso, Nietzsche considera lo statista da un lato una sorta di fenomeno naturale appartenente alla più forte specie tedesca, dall’altro finisce per considerarlo «l’idiota per eccellenza tra gli uomini di Stato» e considera il Reich come la «fine della cultura tedesca».

La monarchia prussiana realizza l’unità nazionale senza nessuna concessione ai pruriti liberal-democratici, stroncando sul nascere la nascita di una sinistra democratica: Bismarck instaura una macchina potente che tende esclusivamente al rafforzamento del potere dell’amministrazione in cui gli uomini smettono di essere sudditi ma diventano soldati capaci di difendere lo Stato e di fare della Prussia, poi Germania, una potenza. Bismarck incarna alla perfezione le esigenze di Realpolitik, ogni soluzione è praticabile per gli interessi della Prussia, senza remore di tipo ideologico: è favorevole al suffragio universale, propenso all’alleanza con i liberali austriaci, interessato al coinvolgimento degli strati popolari e promuove una attenta legislazione sociale. Il tentativo del cancelliere di ferro è di instaurare una prima forma di regime repressivo basato sul consenso di massa. Nella monarchia bismarckiana, Nietzsche intravede nel Wohlfahr Staat bismarckiano un’anticipazione dello Stato comunista. La Germania di Bismarck non è certo l’anticipatrice della Russia stalinista o dei regimi di socialismo reale, ma la posizione di Nietzsche denota il fastidio che al filosofo dà ogni qualsiasi sistema politico, sociale ed economico che contempli il miglioramento di quanto stanno in basso nella gerarchia sociale.

Contrariamente a quanto pretende l’appropriazione nazista delle sue opere, Nietzsche avversa decisamente anche il nazionalismo ed il militarismo resi anacronistici dallo sviluppo della cultura europea in cui «il commercio e l’industria, lo scambio di libri e di corrispondenza, la comunanza di tutta la cultura superiore, il rapido mutare di luogo e di paese, l’attuale vita nomade di tutti coloro che non possiedono terra […] comportano necessariamente un indebolimento, e infine la distruzione delle nazioni, almeno di quelle europee: sicché da tutte queste, in seguito ai continui incroci, dovrà nascere una razza mista, quella dell’uomo europeo». Nietzsche va ben oltre l’entusiasmo sollevato dalle rivoluzioni di metà Ottocento, dal socialismo reale e dalle pretese imperialiste delle nazioni europee e lascia intendere quello che sarà il necessario evolversi di quel momento storico, andando al di là dello slancio che le nazioni europee prendono in vista degli eventi bellici della prima metà del XX secolo.

Tra Stato e Freigeist

Nietzsche rifiuta il concetto dello Stato come teleologia dei processi sociali, riconducibile alla matrice hegeliana: non è inteso come mezzo per la realizzazione della libertà umana nei termini in cui questa immagine affiora in molta pubblicistica positivista o per l’emancipazione della classe oppressa e dell’intera società teorizzata in ambito socialista, né va inteso come strumento della nazione o della razza, come lo promuove la propaganda nazionalista tedesca. Lo Stato è strumento dell’estrinsecazione della volontà di potenza: la crescita della società è perpetuata dallo spirito libero (der Freigeist) che si serve dello Stato per dar luogo alla teleologia e guidare tutto l’esercito degli uomini indicando la via e le mete della cultura. L’uomo attivo vive a servizio della specie e non ha tempo per pensare come realizzarsi nella pienezza della loro particolarità e unicità, indurito dal meccanismo delle abitudini «che vuol rendere ogni uomo non libero, mettendogli davanti agli occhi sempre il minor numero di possibilità», non riesce a «macinar farina del suo sacco» rinunciando all’attività individuale che può renderlo unico: la sua disgrazia è ogni sua attività «sia quasi sempre un po’ insensata». I vantaggi del progresso hanno portato ad una sottovalutazione della vita contemplativa, mentre «lavoro e solerzia sembrano talora imperversare come una malattia»: gli uomini assomigliano a dei «viaggiatori che fan la conoscenza di un paese o di un popolo dal treno» e in questo modo osservano limitatamente e giudicano in maniera limitata. «Nell’enorme acceleramento della vita» lo spirito libero è un raffinato eroe in quanto pensa diversamente da quanto impostogli dalle sue origini e dal suo ambiente ed è consapevole della molteplicità dei punti di vista: l’abbandono degli ideali lo costringe a divenire traditore e commettere infedeltà, poiché «è possibile che anche il suo amore per gli uomini sia cauto e di breve respiro, perché egli vuole abbandonarsi al mondo delle inclinazioni e della cecità solo quel tanto necessario alla fine della conoscenza», ma è libero da ogni certezza illusoria e seppur condannato alla solitudine non soffrirà di tristezza e infelicità.

Lo spirito libero «pensa in modo diverso da come ci si aspetterebbe in base alle sue origini, al suo ambiente, […] o in base alle opinioni dominanti. Egli è l’eccezione, gli spiriti vincolati sono la regola. […] Se gli spiriti liberi hanno ragione, allora quelli vincolati hanno torto, e non conta se i primi sian giunti alla verità per immoralità e se gli altri sian rimasti fermi alla non verità per moralità. […] appartiene all’essenza dello spirito libero […] l’essersi distaccato dalla tradizione. […] Di solito […] egli esige motivi, gli altri fede». Questa distinzione è alla base della civiltà superiore teorizzata da Nietzsche: questa civiltà si compone di due condizioni sociali distinte in cui gli uomini meno sensibili costituiscono la casta del lavoro forzato (der Zwangs-Arbeit) e gli uomini più intelligenti e capaci di eseguire compiti superiori si occupano del lavoro libero (der Frei-Arbeit): tuttavia Nietzsche ritiene «lo sfruttamento del lavoratore […] una balordaggine, una coltura predace a spese del futuro, un mettere in pericolo la società». Il modello è fornito dalla cultura ateniese dello sviluppo della tragedia regolata secondo l’idea di ciò che deve essere il Reich bismarckiano da cui scaturisce la Kultur, risultante della tensione tra apollineo e dionisiaco che glorifica l’esistenza con la guerra e la conquista con l’arte. Lo Stato tuttavia ha sempre nella sua evoluzione il momento della tirannide, modalità dionisiaca per eccellenza nella politica greca, da cui scaturisce la guerra: la forma militare è l’archetipo dell’istituzione statale. La Prussia può essere protagonista della rinascita ellenica dell’Europa e passa attraverso l’unificazione della Germania, che può dare l’anima a questo processo, spostando il centro della vita politica continentale dalla Francia. La Germania di Nietzsche è quella romantica mitizzata da Fiche e dal primo romanticismo, in cui Bismarck si affianca a Wagner e Schopenauer e Bismarck tra le grandi individualità dello spirito teutonico, ma l’adesione iniziale al Reich viene superata dalla soluzione europea propugnata in Umano molto più radicale del progetto imperiale di Bismarck.

Nietzsche à rebours

Nietzsche risale alle origini della civiltà europea rivolgendo lo sguardo alle robuste fondamenta elleniche da cui tutto è cominciato: la crisi che avvolge secoli di storia europea ha avuto inizio nel momento in cui la retorica logico-razionale ha costruito una sua impalcatura a scapito del pensiero dionisiaco, di per sé naturale e gioioso. Con il razionalismo post-socratico comincia l’inversione dei valori fondati sulla morale e inclinati all’ottimismo che fa dell’uomo un essere buono e stucchevolmente positivo: la democrazia, il socialismo, la fede nel progresso, l’uomo religioso, affondano le loro radici nel tradimento della tradizione tragica della Grecia antica. Questo tradimento ha dato origine ad una serie di valori inesistenti in natura che dalle elucubrazioni socratiche si sono ingessate nel mito progressista: il diritto, il pacifismo, l’egualitarismo, la tolleranza. Nietzsche crede nella religione della natura in cui l’uomo vive tale quale è stato creato, senza le costruzioni artificiali teorizzate dagli intellettuali, che hanno sovvertito le leggi di natura: in questa dura critica alla civiltà europea sta il paradosso del filosofo tedesco che vuole essere rivoluzionario nei modi e al contempo risulta essere conservatore nei suoi contenuti. La storia ha partorito i suoi mostri: dal platonismo alla rivoluzione francese, passando attraverso la riforma protestante. Così facendo, il principio giudaico-cristiano ha ottenuto la sua vittoria sul principio greco-dionisiaco e le pulsioni tragiche sono frenate dalla morale. Nella sua profonda anima greca, nostalgica dei suoi miti e della sua aristocrazia, Nietzsche ripudia il principio di uguaglianza, la democrazia, la rivoluzione e il socialismo: il cuore politico della sua opera è nella critica spietata alla mitologia egualitaria e a ciò che essa comporta, ovvero, il trionfo della mediocrità.

Da pensatore greco qual è, Nietzsche rifiuta la borghesia e le sue categorie di valore: la schiavitù ha il suo senso storico e politico. Al di là di ogni metafisica, si pone l’Übermensch che abbandona ogni fede e ogni desiderio di certezza per reggersi «sulle corde leggere di tutte le possibilità». Invece di subire i valori tradizionali, ne crea di nuovi: è un uomo senza patria, un viandante senza meta pienamente intriso della transitorietà del mondo. La soluzione politica di Nietzsche prevede un uomo che, «nonostante le temporanee controcorrenti», si sganci dal nazionalismo artificiale e da tutti quegli stati di emergenza altrettanto pericolosi come il cristianesimo: le circostanze «comportano necessariamente un indebolimento, e infine la distruzione delle nazioni, almeno di quelle europee: sicché da queste dovrà nascere una razza mista, quelle dell’uomo europeo». La critica ai nazionalismi si conclude con l’affermazione che «una volta compreso ciò, bisogna solo dichiararsi buoni europei, e operare con i fatti alla fusione delle nazioni». Sul piano politico Nietzsche propugna una federazione europea in cui ogni popolo abbia la sua autonomia, tuttavia il processo di democratizzazione non viene concepito come fine a se stesso, essendo la democrazia moderna «la forma storica della decadenza dello Stato», ma costituisce un momento dell’evoluzione della civiltà superiore in cui il protagonista è l’Übermensch annunciato nello Zarathustra, il cui compito sarà di fare dell’Europa la continuazione della civiltà greca.

Resta il problema della ricezione di un pensiero scomodo quanto quello di Nietzsche: lo stesso filosofo è alquanto ottimista nel pensare di essere compreso nel Novecento, ma alla luce degli avvenimenti del XX secolo e dell’inizio del terzo millennio appare evidente l’inattualità di un pensiero che corre molto avanti, nonostante la notevole richiesta di democratizzazione della vita sociale – conseguenza del consolidamento della democrazia occidentale, dell’industrializzazione e della globalizzazione – da una sensibilità critica per le modalità e i mezzi con i quali il potere politico tende a sciogliersi dai vincoli della democrazia: il vivo interesse per il rapporto tra etica, diritto e potere a partire dalla metà degli anni Sessanta e il crollo del sistema bipolare negli anni Ottanta hanno configurato un orientamento considerevolmente libertario da parte della maggioranza dei paesi occidentali.

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