Filosofia,  Storia

Olocausto. Gli eredi e i salvati

Il campo di sterminio è lo scheletro di un secolo – il ventesimo – che ha lasciato l’odore nauseabondo della morte. Il bilancio è inquietante: due guerre mondiali, la seconda finita con l’esplosione di due bombe atomiche; sei genocidi, a partire dalla deportazione degli Armeni, fino alle esecuzioni in Bosnia e Rwanda, passando per la carestia pianificata in Ucraina, la Shoah e il massacro cambogiano; quarant’anni di pace bellica segnati dalla minaccia nucleare e innumerevoli altri conflitti. Tra tutti questi orrori umani, troppo umani, l’Olocausto rappresenta l’apice della barbarie concepita dagli uomini, ovvero «l’ultimo grado nella dialettica tra cultura e barbarie»: dopo la Shoah niente è più come prima e «tutta la cultura dopo Auschwitz, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura», scrive Theodor Adorno, nel tentativo di trovare una prospettiva per superare il fallimento di «tutta la cultura tradizionale [che] è oggi senza valore».

Auschwitz è un avvenimento senza precedenti che prova il fallimento della cultura – tedesca, europea, occidentale –, e rimette in causa tutto, a partire dalla poesia, alla metafisica, fino al semplice diritto di morire degnamente: «la morte, con l’assassinio burocratico di milioni di persone, è diventata qualcosa che non era mai stata tanto da temere. Non c’è più alcuna possibilità che essa entri nella vita vissuta dei singoli come un qualcosa che concordi con il suo corso. L’individuo viene spossessato dell’ultima e più misera cosa che gli era rimasta. Poiché nei campi di concentramento non moriva più l’individuo, ma l’esemplare, il morire deve attaccarsi anche a quelli sfuggiti a tale misura. Il genocidio è l’integrazione assoluta che si prepara ovunque, dove uomini vengono omogeneizzati […] finché li si estirpa letteralmente, deviazioni dal concetto della loro completa nullità. Auschwitz conferma la norma filosofica della pura identità come morte». Il meccanismo perverso messo in atto dai nazisti ha privato i deportati della possibilità della loro propria morte: «diventano pezzi di uno stock di fabbricazione di cadaveri», dice Martin Heidegger, nel completamento di un demenziale processo di «produzione di massa di cadaveri» preceduto «dalla preparazione, storicamente e politicamente intelligibile, dei cadaveri viventi » [Hannah Arendt]. Dopo la Shoah, «più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile», nei campi di sterminio gli uomini hanno toccato il fondo, ad Auschwitz, Primo Levi realizza che «per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo».

L’impossibilità di comunicare l’esperienza del campo di sterminio da parte dei sopravvissuti lascia il posto all’impossibilità di pensarne l’orrore per la nostra terza generazione man mano che i superstiti portano a termine le loro esistenze. «Presto non ci sarà più nessuno a parlarne, nessuno ad ascoltare», scrive Elie Wiesel, «non ci saranno più testimoni, presto, non ci sarà più memoria personale, carnale dei campi nazisti», gli fa eco Jorge Semprun. Con la scomparsa dei testimoni, la memoria potrebbe cedere il posto alla mera ricostruzione storica: così la Shoah rischia di passare dal patrimonio esperienziale e culturale delle persone che l’hanno vissuta e delle generazioni seguenti che ne sono state testimoni auricolari al revisionismo dogmatico di stampo politico-ideologico. Poiché «è accaduto, potrebbe accadere ancora», avverte Primo Levi, pertanto bisogna preservare questa esperienza da ogni strumentazione ideologica, perché, continua Adorno «chi parla per la conservazione della cultura radicalmente colpevole e miserevole, diventa un collaborazionista. Mentre chi si nega alla cultura, favorisce immediatamente la barbarie, quale si è rivelata essere la cultura», scegliendo un rifiuto che procede dall’oblio.

Anche il silenzio è vietato, perché «la sofferenza incessante ha tanto il diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare» un grido che si fa poesia, dei versi indimenticabili che tratteggiano immagini di una rara e atroce bellezza: «che peccato / mettere sotto terra così tanta bellezza! […] E l’ufficiale estrasse il suo revolver / e le sparò sulla schiena», così Charles Reznikoff piange una ragazza uccisa; «la morte è un maestro che viene dalla Germania» canta Paul Celan nella sua Fuga di morte ; «ditemi, vagoni, dove portate questo popolo / questi Ebrei condotti alla morte», implora Ytshak Katzenelson ; l’oratorio onirico del Sopravvissuto di Varsavia composto in musica da Arnold Schönberg, ovvero il più grande monumento che la musica abbia dedicato alla Shoah. La poesia, in quanto espressione alla cultura, è una risposta alla barbarie, anche se dopo la Shoah il linguaggio è diventato inadeguato: parafrasando Primo Levi che cerca di tradurre Dante a Pikolo che «è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo “come altrui piacque” prima che sia troppo tardi, domani possiamo essere morti, o non vederci mai più, dirgli del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco, visto ora soltanto nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui». Perché se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.

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