Storia

Risorgimento, a che punto siamo?

Raccontare il Risorgimento e il processo unitario che da esso ne scaturì è diventato sempre più negli anni un esercizio di revisionismo partigiano che ha coinvolto due opposte fazioni: da un lato gli ammiratori dell’epopea garibaldina e della diplomazia cavouriana, dall’altro i nostalgici dei Borbone e dell’autonomia perduta (quale?). Raccontare la storia presupporrebbe invece maggiori distacco e freddezza nei confronti degli eventi e una buona dose di onestà verso l’interlocutore che, spesso, non essendo specialista si accontenta di leggere quanto riportato sui libri. E così, quello che è stato un periodo fondamentale per l’Italia è stato ammantato da un’aura di patriottismo e di eroismo senza tenere conto del contesto in cui si sono svolti i fatti.

Si può trattare l’argomento secondo una prospettiva meridionale, senza tuttavia scadere nel revisionismo tout court e nell’apologia borbonica, poiché ci sono aspetti del processo unitario tutt’altro che marginali in quanto componenti importanti di cui tenere conto per un corretto esercizio storiografico. Sostenere che la storia del Meridione e della Sicilia tra il XVII e il XVIII secolo si colloca all’interno di un quadro politico-economico di sviluppo e di progresso che non aveva nulla da invidiare alla storia delle regioni settentrionali e controllate dalla dinastia significa significa rendere giustizia a quella parte di penisola troppo spesso tacciata di non meglio definite inferiorità e arretratezze. Ma ci vuole anche l’onestà di ammettere che è certamente esagerato parlare di un apogeo del mezzogiorno prima dell’annessione al Regno d’Italia, al contrario sarebbe più corretto parlare di un mezzogiorno preunitario che aveva posto le basi per un processo di crescita economica, interrotto poi dalle scelte liberiste adottate dopo l’unità d’Italia. Il brigantaggio, per esempio, è possibile comprenderlo solo se si fa professione di onestà storiografica e lo si inquadra correttamente in contesto come quello risorgimentale e unitario in cui si sviluppa storicamente come fenomeno politico in appoggio ai Borbone, per poi trasformarsi nei primissimi anni postunitari come forma di protesta sociale nei confronti di quell’unificazione nazionale, contemplata da Cavour e Garibaldi, che viene vista dalle popolazioni meridionali come l’ennesimo atto di forza di una potenza straniera nei loro confronti.

Uno dei limiti della storiografia, forse il più difficile da superare, è l’asservimento nei confronti del potere, sia esso più o meno legittimo o costituito. Nella diatriba tra filogaribaldini e neoborbonici c’è un ardore a tratti ingiustificato ed eccessivo, nella misura in cui si è perso di vista l’obiettivo di stabilire una effettiva verità storica, preferendo recitare la parte dei cortigiani a distanza di un secolo. Il processo di quasi santificazione dei Borbone a Napoli e dintorni non è che l’altra faccia della medaglia in cui da decenni sono stati cesellati l’eroismo di Garibaldi e la sagacia di Cavour. Con l’unico risultato di non consentire il necessario superamento del Risorgimento e la mancata maturazione del sentimento di unità nazionale che Massimo D’Azeglio aveva brillantemente sintetizzato con il celebre motto «Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani».

A tal proposito, una questione storiografica pregnante sul Risorgimento e l’Unità d’Italia riguarda il prezzo pagato in termini di vite dal Meridione, al netto delle morti ineluttabili occorse nelle battaglie che hanno riguardato entrambi gli schieramenti. Dalla risposta a questo interrogativo passa il superamento delle divisioni che tutt’ora attraversano il tessuto sociale nazionale. Sulle violenze perpetrate dall’esercito piemontese nei confronti della popolazione meridionale e dei prigionieri dell’esercito duosiciliano è perdurato il più assoluto silenzio per decenni, solo recentemente squarciato dal tentativo di ristabilire la verità storica. Eppure su fatti come quelli accaduti a Pontelandolfo e Casalduni nel 1861 o a Fenestrelle nel biennio successivo non c’è alcuna concordanza sugli accadimenti e sul numero di vittime.

Il problema è quello delle fonti, oggi ancora di più difficile accesso. Per cui, relativamente a Fenestrelle, lo storico piemontese Alessandro Barbero parla di poche centinaia di vittime, mentre gli storici filoborbonici parlano di migliaia e gridano addirittura al genocidio. A questo punto, sorge spontanea una serie di domande: quanti furono realmente i prigionieri dell’esercito duosiciliano morti nel biennio 1861-63? Quanti di essi scamparono la morte scegliendo di diventare italiani e abbracciare la causa del re piemontese? Perché questa enorme differenza riportate dagli studi dei vari Barbero, Izzo, De Crescenzo e compagnia narrante? Siamo davanti al colpevole silenzio dei piemontesi o assistiamo alla propaganda sensazionalista dei neoborbonici?

Come per il cosiddetto lager di Fenestrelle e la repressione di Pontelandolfo, sono numerosi gli interrogativi importanti sul Risorgimento e sui fenomeni ad esso connessi e per rispondervi serve il piglio a cui accennavo all’inizio di questo articolo. Lo storico altro non deve essere che il fedele cronista degli eventi al di sopra delle parti. In un’Italia costantemente divisa in regioni, partiti, fazioni e campanili, una storiografia più illuminata potrebbe senz’altro rendere meno arduo il superamento di un processo risorgimentale che a distanza di oltre un secolo e mezzo non risulta del tutto completato.

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