Giorgio Colli in tre aneddoti
Si può tratteggiare il profilo di un uomo di cultura in più modi. Per un filosofo che ha avuto a che fare con Nietzsche, si può cedere alla tentazione di definirlo inattuale. Oppure si può fare come Nietzsche si era proposto di fare ne La filosofia nell’epoca tragica Greci. Se poi si tratta di colui che oggi ci permette di conoscere Nietzsche nel suo innocente divenire, allora «con tre aneddoti» si può tratteggiarne il profilo. Quest’uomo è Giorgio Colli, il quale, nel 1972 annotava sul suo quaderno di «applicare lo stesso metodo alla caratterizzazione di Nietzsche». Se quindi in tre aneddoti si può tratteggiare il profilo di un uomo di cultura, è possibile raffigurare il carattere multiforme dell’attività intellettuale e culturale di Giorgio Colli. La cui opera si caratterizza pe l’amore per la sapienza e per la verità nel solco tracciato dai sophoi dell’antica Grecia; per l’incessante opera di edizione filologica e di analisi filosofica delle opere di Friedrich Nietzsche; e, non ultima, per la speculazione filosofica che trova il suo compimento nella Filosofia dell’espressione.
Il racconto della moglie Anna Maria riporta l’intuizione originaria di Giorgio Colli, che fu poi capace di andare al di là della semplice visione immediata e di sistematizzare la sua ricerca. Benché sia filosofo prima che filologo e storico, Montinari tratteggia l’immagine di un Giorgio Colli rigoroso nel suo lavoro di edizione e di traduzione che crede all’azione editoriale e che mira a stabilire la verità su Nietzsche. Ma Colli non è solamente l’interprete originale del filosofo tedesco e della filosofia greca dell’antichità, come testimonia il ritratto di Alessandro Fersen.
Se Colli ha attraversato la sua epoca senza essere avvertito è forse a causa di quest’affinità con gli antichi Greci e di questo sguardo nostalgico che lo rende troppo leggero, quasi impalpabile per i suoi contemporanei. Quasi come se la sua immagine del filosofo solitario faccia da contraltare ai pregiudizio di questa modernità. Nel suo angolo e un po’ a disagio, Giorgio Colli si è adattato questa rappresentazione per perseguire la sua aspirazione alla saggezza.
L’intuizione di Giorgio Colli: à rebours da Platone verso l’archè
Nato a Torino nel 1917, Giorgio Colli studia al liceo Massimo D’Azeglio durante gli anni 1930-35. Tra i suoi professori, incontra Cesare Pavese e Leone Ginzburg. Degli anni passati al liceo, la moglie Anna Maria Musso-Colli racconterà una circostanza che è avvenuta verso la fine del ciclo di studi: «Quando era studente di liceo, all’incirca verso i diciotto anni si ammalò di una malattia non grave, ma prolungata, che richiese una lunga convalescenza. Fu allora, durante quella lunga convalescenza solitaria, che per la prima volta sentì in modo violento dentro di sé qualcosa di assolutamente nuovo e vide le cose nella loro essenza. “Un giorno, appena guarito, passeggiavo da solo per i viali di Torino sotto quei magnifici alberi coperti di foglioline tenere e trasparenti poiché era primavera. Ad un tratto ebbi come una folgorazione, mi fermai e a voce alta dissi a me stesso: Ma io sono un filosofo!”. Senza indugio, con entusiasmo, con quell’entusiasmo che era parte della sua natura e che conservò per tutta la vita, si diede allora alla scoperta dei filosofi e, poiché aveva la convinzione che per capire la filosofia bisogna leggere direttamente i testi nella loro lingua originale, si buttò nella lettura di Platone e prima ancora di finire il liceo ne aveva letto tutti i Dialoghi».
Malgrado quest’intuizione, Colli decide di inscriversi alla Facoltà di Diritto dell’Università di Torino dove incontra Gioele Solari e, al di fuori della vita accademica, Piero Martinetti, professore ordinario che aveva perso il diritto di insegnare in seguito al suo rifiuto di iscriversi al PNF. Con Martinetti, Colli approccia la lettura approfondita di Schopenhauer. In compenso, Solari, professore di filosofia del diritto, lo segue nella redazione della tesi sul pensiero politico di Platone. Nel 1939, Giorgio Colli ottiene la laurea e la sua tesi è pubblicata nella Nuova Rivista Storica. Una lettera di Leone Ginzburg, diventato redattore presso Einaudi, conferma la propensione di Colli a fare confidenza a un metodo intuitivo e la sua diffidenza verso un approccio di tipo storicista.
Per Ginzburg l’uso di termini astratti non basta per chiarire il processo di pensiero che Colli ha intuito nel suo lavoro che è troppo vicino ad una certa tradizione tedesca in cui «l’esaltazione del “pensiero” nietzschiano è stata il preludio di atteggiamenti mentali prettamente antistoricistici». La critica di Ginzburg evidenzia la volontà di Colli di superare la mera lettura filologica dei Dialoghi a vantaggio di un’interpretazione profonda del senso filosofico dell’opera di Platone. Colli cambia la sua inclinazione verso Platone, come cambia anche l’approccio filosofico e il lavoro realizzato per l’edizione dell’opera di Nietzsche lo dimostra. Ad ogni modo, il cambiamento lo riguarda in quanto filologo e storico della filosofia, ma questa intuizione originaria influenzerà la sua visione filosofica.
Nel 1948, Giorgio Colli pubblica Physis kryptesthai philei e ottiene la libera docenza. In questo scritto, Platone diventa il punto terminale della Grecia degli antichi sophoi, i saggi che hanno preceduto la nascita della filosofia. Colli sottolinea l’opposizione tra il pensiero intuitivo dei sophoi e il pensiero dialettico dei filosofi. I primi «non ponevano il loro pensiero fuori di sé, ma lo traducevano semplicemente in giudizi attaccati direttamente alle cose percepite e in comportamenti altrettanto immediati», mentre gli altri si limitano a discutere della via dei saggi, spinti da un forte spirito di emulazione. Durante quest’epoca creativa, in maniera intermittente, i sophoi pronunciavano i loro giudizi senza per forza dimostrare o giustificare le condizioni. Colli scrive che «i Presocratici in blocco rivelano, tutt’al più raccontano, ma non dimostrano». Ed Eraclito è l’esempio più brillante di questo periodo della saggezza greca.
L’intuizione colliana evidenzia la necessità di riscoprire ciò che è all’origine delle cose. Il fuoco di Eraclito, l’acqua di Talete o il Primo Motore di Aristotele rispondono al bisogno di stabilire nell’archè un principio che non è solamente un cominciamento ma anche un comandamento. Si tratta di un’espressione della necessità che è insieme un principio logico, cosmologico e teleologico: a scapito dell’essere, per Giorgio Colli la categoria suprema è l’archè, che contiene necessità e contingenza e che è la condizione primordiale che genera il logos. Se si recupera l’esperienza delle origini è possibile «ricomporre in armonia il cerchio, poiché solo quando l’astrattezza è giunta ai suoi confini è possibile uscire dalla rete inestricabile dei concetti». Colli comprende che il destino del filosofo – o più correttamente del sophos – non è di operare nelle grandi cattedrali della cultura, nelle università o nelle biblioteche, confinato in mezzo ai libri, ma piuttosto in una contemplazione attiva, «poiché intuire significa contemplare; e contemplare è distanziarsi dal fondo della vita».
Tutta l’azione di Giorgio Colli prescinde dall’obbligo di trasmettere un sapere, si preoccupa piuttosto di mettere in guardia il suo interlocutore. La sua opera è un invito ad aprire gli occhi per afferrare lo stesso tipo di visione intuitiva che egli ha avuto durante gli anni di liceo. Trasmettere la conoscenza è impossibile – «non ci sarebbe un portatore della conoscenza […]. Il concetto di azione […] si risolve in un’intricata serie di nessi tra rappresentazioni» –, ma si può godere della contemplazione, ovvero: «Cogliere l’intuizione, o essere còlti dal pathos, che il mondo in cui viviamo sia un’apparenza, un’illusione, con la consistenza di un sogno o, in termini non enfatici, sia una rappresentazione, è un’esperienza non insolita – come stato d’animo – negli anni giovanili, ma decisiva, quando raggiunge un grado fervido e perdurante di intensità». Una scoperta che si rinnova da tre millenni e che Colli sperimenta nell’azione di una vita intera e dissimula nello stile analogico e talvolta oscuro dei suoi libri.
Nietzsche e Colli. L’avventura di Weimar
Giorgio Colli è conosciuto soprattutto per la realizzazione dell’edizione critica delle opere di Nietzsche. Al suo fianco, Mazzino Montinari è più che un collaboratore. Quella che Montinari chiama l’azione Nietzsche è un’avventura lunga sei anni che si svolge tra Italia e Germania, che tuttavia ha avuto una premessa piuttosto lunga e laboriosa. Pur senza ricostruire le peripezie degli anni ’50 con Einaudi va evidenziato il contesto di sfiducia che circonda il filosofo tedesco nei primi anni del dopoguerra. Colli propone sin dal 1949 delle pubblicazioni di Nietzsche a Einaudi, ma evidentemente l’ostracismo della cultura accademica italiana supera l’interesse dell’editore a lanciarsi in un’impresa che avrebbe potuto avere dei risultati enormi.
In questa polemica sul personaggio controverso di Nietzsche, un articolo del 1961 segna un punto decisivo. Sulla rivista Itinerari, Cesare Vasoli denuncia il fatto che delle tematiche irrazionaliste si stanno diffondendo nella cultura filosofica italiana, comportando «una nuova fuga dalla realtà e dalla storia». Vasoli qualifica Nietzsche come un reazionario – lo stesso Nietzsche sul quale aveva scritto una tesi di laurea (sic!) – e critica le nuove tendenze editoriali, a suo parere, troppo serie e non troppo vicine alla realtà. In particolare, la sua critica riguarda Boringhieri e l’Enciclopedia degli autori classici diretta da Giorgio Colli. Questo articolo influisce sulla decisione di Einaudi di non proseguire con l’edizione Nietzsche, malgrado la posizione più moderata di Delio Cantimori nel consiglio editoriale. È la dimostrazione che in Italia è troppo presto per tirare giù Nietzsche dallo «scaffale delle mostruosità» e allinearlo accanto a Gramsci e Salvemini.
In quest’atmosfera ostile si inscrive l’azione di Giorgio Colli e Mazzino Montinari. Sempre nel 1961, Luciano Foà lascia Einaudi e il 20 giugno dell’anno successivo fonda Adelphi con Roberto Olivetti e Roberto Bazlen. I diritti di traduzione delle opere di Nietzsche sono acquisiti da Adelphi. Nel 1964, il libro Aurora e Frammenti postumi (1879-1881) è pubblicato con l’introduzione filosofica di Giorgio Colli, quindici anni dopo la prima proposta fatta a Cesare Pavese. A questo proposito, durante l’estate 1961, Montinari scrive: «Mi pare però che una cosa sia certa: i manoscritti vanno decifrati e trascritti per intero, studiati come gruppo, come singolo manoscritto, come singola pagina (in molti casi!), quindi ordinati cronologicamente […]. Se ciò è importante per i postumi di un’opera pubblicata da Nietzsche, lo è sommamente di più per la massa di mss. non utilizzati. Cioè la lettura e trascrizione di tutto ci mette sotto gli occhi l’elaborazione di un pensiero da un taccuino a un quaderno, da questo quaderno a un altro e così si ottiene con criteri interni la cronologia, o meglio la successione. Tutto ciò finora non è stato fatto!».
Il ricordo di Mazzino Montinari per quanto riguarda l’azione Nietzsche è importante per comprendere l’interpretazione colliana di Nietzsche. Montinari scrive che lo scopo di Colli non era la scrittura, ma l’azione, intesa non come azione politica bensì come «formazione di una comunità di eletti e di uguali, uniti sotto il segno della cultura» secondo un modello in cui la conoscenza è appannaggio di un’aristocrazia. L’anno successivo all’incontro con Montinari, Giorgio Colli scrive : «Tutti credono di aver capito Nietzsche. Ma poco importa il “capire”. Il vero “capire” è “fare” qualcosa nella sua direzione». E ancora: «Dobbiamo inaugurare una tendenza opposta a quella seguita da Nietzsche. Tener nascosta ai molti la verità. Raccogliere i pochi con questa astuzia: di dirci tra noi la verità, gli artifici per soggiogare i molti. Non mettere tutto in piazza come Nietzsche. Non sollevare i sospetti e le persecuzioni. Accontentiamoci, col mistero, di acutizzare la curiosità». Montinari conferma questa volontà di Colli di formare una sorta di comunità di lettori e collaboratori attraverso la pubblicazione di libri che il mondo della cultura accademica e della politica italiana considera inattuali o scandalosi.
L’adesione di Montinari al PCI permette l’accesso agli archivi degli scritti di Nietzsche a Weimar, dove soggiorna per sei anni e dove Giorgio Colli si rende spesso. Montinari si occupa del lavoro filologico e dell’interpretazione della scrittura complessa del filosofo tedesco mentre Colli si avventura in una lettura filosofica di Nietzsche che prescinde dai pregiudizi e dalle altre interpretazioni esistenti. Ciononostante, si assiste ad un cambiamento delle condizioni culturali che può incoraggiare il lavoro di edizione. In Germania, la casa editrice De Gruyter riconosce la validità del lavoro dei due professori italiani e si affianca ad Adelphi e alla francese Gallimard.
In questo clima rinnovato, un nuovo mito di Nietzsche si sviluppa, favorito dall’inizio della Nietzsche renaissance, in cui delle letture in prospettiva contemporanea avvicinano l’opera del filosofo tedesco a degli elementi culturali di sinistra o di origine marxista. È proprio il tipo di lettura che Colli vorrebbe evitare, infatti, secondo Montinari, resta legato al suo Nietzsche e non considera nessuna interpretazione contemporanea o precedente. Gli Scritti su Nietzsche sono illuminanti in tal senso poiché non si tratta di «commenti o interpretazioni, ma piuttosto prese di posizione nei riguardi delle varie opere di Nietzsche, dialoghi con un grande interlocutore». L’approccio di Giorgio Colli è distaccato, lontano dalle polemiche con il cristianesimo e la cultura tedesca o dall’entusiasmo per la cultura francese e può filtrare le intuizioni del suo filosofo in quanto più classico e più greco di Nietzsche stesso.
Per Giorgio Colli, Nietzsche è filosofo più di ogni filosofo moderno, considerata la sua capacità intuitiva. Di contro, egli manca di capacità logica e deduttiva. Per questo, secondo Colli, non è un vero filosofo. Alla logica preferisce la psicologia che non utilizza con metodo ma come mezzo dialettico, quasi come un sofista. Sono l’intuizione e la visione totale e vitale che gli permettono di afferrare la verità senza tuttavia riuscire a dimostrarla. Un limite è anche la formazione filologica, che lo spinge verso il dato, così come la cultura storica in cui è immerso.
In Dopo Nietzsche, Giorgio Colli scrive queste parole: «A Nietzsche manca in modo estremo la superiore capacità deduttiva, nel senso di saper coordinare e subordinare un’immensa congerie di rappresentazioni astratte, come si addice al filosofo. Lui per contro ha una disposizione eminentemente mistica e misterica, ma vuole nasconderla. Ciò che si propone è un’eccellenza raziocinante, proprio ciò che gli fa difetto in modo paradossale. Gli sforzi per emergere, per districarsi, si indirizzano al campo cui la sua natura è più estranea». Colli critica così il tentativo di Nietzsche di sistematizzare. La sua formazione di filologo non gli permette di affrontare dei problemi filosofici generali: «proprio ciò che si trattava di conoscere egli lo presuppone, e vuol conoscere invece ciò che non si può, almeno razionalmente».
Nietzsche non è mai stato capace di dimostrare il fondamento vero o falso di una conoscenza. I concetti di Übermensch e di ewige Wiederkunftnon sono il risultato di una ricerca scientifica. Il primo, il superuomo, è l’espressione di una vocazione storica e dell’esaltazione per i modelli greci. Il secondo, l’eterno ritorno, è la rappresentazione di un’intuizione filosofica che si avvicina alla metafisica. Per Giorgio Colli, l’eterno ritorno nietzschiano «non è altro che un modo di congiungere – visivamente – ciò che si contrappone radicalmente in noi, spingendoci alla disperazione del pessimismo e della nullità della vita, cioè la sfera del divenire, del tempo, della caducità con quella di una sostanza primigenia e immutabile».
Nell’introduzione all’edizione di Zarathustra del 1968, Colli rileva il carattere mitico e metafisico delle due intuizioni nietzschiane di cui evidenzia la mancanza di fondamento scientifico: «ciò che conta è il dettaglio (i sei versetti di cui Nietzsche parla in Ecce Homo), la singola visione». Lo Zarathustra è la narrazione dell’immediatezza dionisiaca, l’espressione in termini esoterici dell’estasi fondamentale che tutti gli uomini possiedono, tuttavia «immediatezze ed espressioni primitive vengono dimenticate, obliterate, si perdono nel flusso di espressioni derivate ed astratte che su quelle si innestano» – c’è in questa frase tutta la problematica che sarà teorizzata nella Filosofia dell’espressione. La solitudine e il distacco del filosofo traspaiono sul fondo oscuramente eracliteo dell’opera in cui Nietzsche tenta di raccontare questa esperienza, ovvero «l’abisso dionisiaco, inteso come dolore del mondo, che si scarica simbolicamente nell’idea del superuomo». L’eterno ritorno è il punto di appoggio metafisico sul quale Nietzsche fonda il mito del superuomo.
Infine, quello che Colli ritiene importante nel filosofo tedesco è la presenza del mondo greco, sicuramente mascherata, ma continua. Per Giorgio Colli, il superuomo è «un mito che raccoglie e solidifica nell’immediatezza un arduo contenuto concettuale, così come avviene nei miti orfici». Il punto più intenso di questa luminosità greca che illumina l’opera nietzschiana è Zarathustra, ovvero «l’uomo che ha còlto la conoscenza misterica, e la sua azione – la più benigna e la più feconda – non è altro che un riflesso di quella conoscenza sugli uomini. Il valore più alto della vita nella conoscenza, e il riassorbimento di ogni azione nella conoscenza: di questo i Greci soltanto sono stati il modello».
L’amore per i Greci è il legame tra i due filosofi e la lettura che Colli fa di Nietzsche è necessaria per capire il pensiero del filosofo torinese. E come «Nietzsche non ha bisogno di essere interpretato in nessun modo […] perché la sua azione sulla vita individuale è diretta», allo stesso modo, bisogna accogliere Colli «nella sua totalità e unità». La definizione di inattuale che accompagna i due filosofi – Nietzsche più di Colli – non è che la testimonianza del loro passaggio inavvertito dalle loro rispettive epoche verso le quali si sono indirizzati con una vera forza capace di superare la caducità del presente.
Le discussioni del burro verde: l’incontro con Alessandro Fersen
L’amicizia trentennale tra Giorgio Colli e il drammaturgo Alessandro Fersen comincia all’epoca della Resistenza in un campo scuola per rifugiati. I due intellettuali si incontrano a Trevano, in Svizzera, dove Fersen insegna la filosofia, allorché Colli è professore di latino e greco. È l’autunno del 1944, la conversazione comincia dal tema dei Presocratici: discutono la sera nel campo, mentre sgranocchiano delle patate inzuppate nel sale o facendo colazione sotto la luce verde del neon del Café Olimpia di Lugano, con caffè, burro e marmellata. Alcuni anni più tardi, in occasione della pubblicazione de la Filosofia dell’espressione, Colli scrive così la dedica all’amico: «Per concludere le discussioni del burro verde».
Fersen racconta che la posizione di Giorgio Colli è piuttosto parmenidea. Evidentemente non ha ancora sviluppato la problematica dell’enigma e la teoria sull’archè, al contrario intravvede nell’essere di Parmenide un simbolo della perfezione che «non ha bisogno di moto, di mutamento: è paga in sé, di se stessa». Non è che l’inizio della riflessione colliana, ma Fersen vi percepisce già l’aspirazione ad un modello di saggezza. Lui, il drammaturgo, è in una posizione eraclitea: la sua tesi di laurea è l’interpretazione in chiave moderna di un frammento di Eraclito in cui l’autore concepisce l’universo come «sfoggio di energie «inutili», di energie puramente lussuose, in continuo, drammatico, divenire».
Alla fine della guerra, le vite dei due amici si separano, ma l’amicizia resta e il dibattito intorno alle problematiche filosofiche e artistiche continua fino alla morte di Colli. Fersen nel suo racconto evidenzia un aspetto che l’avvicina al filosofo, al di là di questa divergenza iniziale: il tema della memoria. Sin dalle prime conversazioni svizzere, Colli conia il neologismo vissutezza per tradurre con un concetto filosofico le esperienze della vita, il vissuto. Alcuni anni più tardi, Colli matura l’idea che la memoria è la fonte di ogni conoscenza umana mentre Fersen nel suo laboratorio elabora il mnemodramma, un insieme di tecniche di conoscenza di sé e d’espressione teatrale basate sulla memoria.
Il drammaturgo fa riferimento ad un’intervista in cui Colli si esprime a proposito del rapporto tra memoria e identità: «Vorrei precisare che questo qualche cosa che appartiene ad ognuno e che attraverso la tua tecnica viene scoperto, non appartiene soltanto all’individuo, ma – secondo me – costituisce, se posso dire così, l’essenza del mondo. Ecco il punto. Penetrando in questa parte più intima di noi stessi attraverso queste esperienze, noi non soltanto ci spogliamo di tutte le sovrastrutture della vita quotidiana, di quello che noi crediamo reale e che scopriamo non essere più reale, nel senso che l’interesse che portiamo per le cose che ci stanno intorno viene in questo momento a cadere totalmente, e noi scopriamo questo “noi stessi” come qualcosa che non ha nulla a che fare con quella che si manifesta come la nostra personalità limitata: ma questo «noi stessi» profondo, a un certo punto, non è neanche qualcosa d’individuale. Ed è in questo che consiste la comunicazione teatrale, io penso, cioè nell’identificazione di questo “noi stessi” con l’essenza del mondo. […] Voglio dire che questo “io” più profondo che viene a galla, secondo me, va al di là della nostra personalità e questo è l’aspetto divino dell’esperienza teatrale». Il ricordo di Fersen testimonia l’evoluzione coerente del pensiero di Colli e l’importanza che lui dà ai Presocratici sin dall’inizio del suo percorso intellettuale.
In Physis kryptesthai philei, che è una riflessione sul pensiero greco, Giorgio Colli propone per la prima volta la sua originale interpretazione che convergerà nei primi tre volumi della Sapienza greca. La dedica dell’opera è alla memoria di Nietzsche, a rimarcare il legame intellettuale con il filosofo tedesco. Nei capitoli centrali del libro, mette in valore i tre saggi dell’epoca prima di Socrate: Parmenide, Eraclito ed Empedocle. E a Eraclito appartiene il verso in greco del titolo che evidenzia come la realtà sia un’espressione complessa e per afferrare la verità bisogna aprire bene gli occhi. Nei misteri di Eleusi in cui Dioniso aveva così grande parte, si raggiungeva una conoscenza suprema che era una visione della quale gli autori più antichi che ce ne parlano e non usano altro termine che quello del «vedere». La visione non è una degradazione, al contrario è alla base di questa esperienza intuitiva che viene dal profondo.
L’introduzione di Physis kryptesthai philei è una dichiarazione d’intenti, esplicitati già a partire dalla prima frase: «Bello, senza riserve, è l’amore della verità». È la verità che colma d’amore il sophos svelandosi a lui e non l’inverso. Si tratta di una sentenza, d’un giudizio tagliente alla maniera dei Presocratici, che marca nettamente la differenza tra la saggezza e la filosofia. Ma, come tutte le relazioni d’amore, è un percorso: la ricerca della verità è un cammino in cui non facile arrivare fino alla meta. E anche se vi si arriva «più difficile però è la via del ritorno, quando si vuol dire la verità».
In queste prime frasi dell’introduzione si può trovare il nucleo della Filosofia dell’espressione che sarà pubblicata ventuno anni più tardi. La ricerca della verità è una passione che ha sedotto e turbato coloro che la cercano da tempi immemorabili. Dire la verità è metterla a nudo. È un sacrilegio e Colli si definisce empio, come lui ogni uomo che non ha saputo resistere all’insensatezza di svelare la verità. Essa è nuda e indifesa, bisogna proteggerla; ma sin da quando la si coglie e «l’avvenire appare sgombro» si può «nasconderla di nuovo». La comprensione della verità ha sbarazzato il cielo dell’avvenire da ogni nuvola, colui che l’ha percepita in questa visione immediata e totalizzante ne è purificato. Proteggere la verità è salvaguardare noi stessi, poiché malgrado essa si presenti senza armi non la si può ferire con le parole, al contrario, rischiamo di non riconoscerla proprio a causa delle parole ingannatrici. Non si aggiunge nulla alla verità, essa non è mai compromessa «tutto quanto si dice sul suo conto può essere falso e illusorio». L’obiettivo di questa prima opera di Colli è di dare un’interpretazione della filosofia greca, ma vi si possono ritrovare le prime testimonianze del suo metodo e i primi approcci alle tematiche dell’espressione e del logos.
Un aspetto è evidente nell’opera di Colli è la diffidenza nei confronti dell’espressione scritta. Nel suo racconto, Fersen narra degli anni in cui Giorgio Colli «formulava la sua critica definitiva alla logica matematica. Ricordo che, giunto a questo traguardo, lui voleva rinunziare alla scrittura; diceva, «Sono giunto alle mie conclusioni: che senso ha metterlo per iscritto? ». […] Quel suo atteggiamento lo accostava – ripensandoci ora – ai “sophoi“, ai saggi che avevano preceduto l’avvento della filosofia». L’espressione scritta richiede un approccio sistematico. Colli non manca di logica e di scientificità nei suoi lavori, ma per lui scrivere non è mai un momento conclusivo, piuttosto si tratta di un nuovo inizio. Questa forma di espressione è limitata e falsa e la sua introduzione storicamente «determina la decadenza vitale dell’uomo». I caratteri tragici dell’espressione scritta sono due: il fatto che «le espressioni destinate ai pochi vengono offerte ai molti» a causa della sua riproducibilità infinita e un tratto di eterogeneità in rapporto all’espressione originale. Ogni forma di espressione scritta è concettuale, la prosa in relazione alle sensazioni come la notazione in relazione alla musica, pertanto «nessun brano di poesia o di filosofia greca può dare l’intuizione dell’antichità che può invece essere data dalla visione di un tempio. Eppure quest’ultimo era un’espressione banausica, o comunque popolare, della cultura greca, mentre le altre espressioni fanno parte dei vertici individuali di quella civiltà. Ma il tempio è ancora oggi – fondamentalmente – quale era, mentre le altre espressioni non sono più nulla». A ciò si aggiunga: il tempio è un testimone silenzioso del tempo e porta in sé l’espressione degli eventi che sono accaduti intorno, delle battaglie, delle guerre e delle rivoluzioni che nessun libro di storia potrà mai raccontare con esattezza. Ma siamo soddisfatti di constatare che la decadenza non si arresta, ecco «uno dei frutti maturi della malattia storica». In compenso, quello che resta «è la vita dell’uomo, quale può essere vissuta. E la decadenza non importa, non è un argomento contrario decisivo – quasi sempre l’uomo è stato in decadenza».
Per Giorgio Colli, «la poesia e la filosofia oggi sono larve, poiché un tempo esse erano voce viva». Bisogna difendere la cultura dall’espressione scritta attraverso l’oralità. La poesia è l’espressione dell’intuizione originaria e grazie al ritmo, al metro e alla musica ci si può ricordare della narrazione in maniera fedele e ogni espressione scritta è niente in confronto. La filosofia greca era deliberatamente oscura e le dottrine filosofiche sono state trasmesse oralmente per proteggerle dai molti. L’oralità protegge la cultura dall’espressione scritta e il libro non è che un surrogato dell’espressione e in quanto tale bisogna servirsene. È così forse si può comprendere perché dopo Physis kriptesthai philei ci vorranno ventuno anni prima della pubblicazione della Filosofia dell’espressione.
John Locke, tolleranza e religione