Ex-Libris | Tagore, Visioni bengalesi
Ex-Libris

Una poetica del fiume

Rabibdrânâth Tagore
Visioni bengalesi
dalle lettere di Rabindranath Tagore (1885-1895)
Fratelli Melita editori, La Spezia 1992

Le Visioni bengalesi di Tagore seguono il corso della vita del loro autore, come un fiume che scorre tra due sponde. Nell’Introduzione del 1920 Tagore descrive questa raccolta di lettere come un sentiero, che si allarga «passandovi e ripassandovi sopra». Chi vi entra con il passo rapido dell’uomo occidentale viene accolto da una narrazione che procede lenta come il vivere bengalese, cullato da un respiro calmo e impermeabile alle preoccupazioni dell’uomo moderno. La prosa semplice ma elegante di Tagore è un invito alla poesia e alla riflessione filosofica con, sullo sfondo, il Bengala che si offre per scorci e anfratti attirando lo sguardo del lettore.

Le immagini della vita fluviale scorrono nelle pagine, che si leggono come se si fosse cullati su una delle chiatte che lentamente scivolano sull’acqua. Come a Shazadpur, nel giugno 1891: il battello è legato alla riva, l’erba sprigiona un profumo e il suolo caldo sembra toccare il corpo di chi lo osserva. Sull’altra sponda una chiatta si riempie di fieno e di sacchi, e la «corrente dell’attività umana» scorre lenta tra i due villaggi. È un movimento vivo, ma piccolo davanti ai campi e al cielo. Il contrasto tra la quiete della natura e le cure minute degli uomini indaffarati lascia scorgere la caducità dell’uomo che va e viene come il ferry boat, ma nell’immensità dell’universo appare appena.

Tagore è consapevole di questa fragilità, ma la sua poesia la trascende. Lo mostra il contrasto tra i beel, dove l’acqua non trova rive e si allarga in una distesa informe e perde la sua bellezza, e il fiume, che tra le sponde trova la ragione del suo movimento. Lo stesso vale per la parola: il ritmo impone un argine, la costringe a una direzione e le restituisce movimento. Mentre la prosa somiglia al beel senza riva, vasta e senza forma, il verso costringe e, come fanno gli argini con il fiume, dà forma alla poesia. La poesia, però, non nasce dal sentimento: le percezioni e le emozioni sono materia grezza a cui il genio creatore del poeta dà forma.

Il poeta tende così all’unità con la natura, come testimoniano le ultime lettere. Nella primavera del 1894, Tagore scrive che la mente umana obbedisce allo stesso movimento misterioso della natura esterna: sangue, nervi e stagioni si succedono in un’alchimia che nessuno comprende. Qualche mese più tardi, in piena estate bengalese, scrive che la gioia pervade l’universo e attraversa anche il mondo interiore, come la gravitazione universale che regola grandi e piccoli. La fisica quantistica non era ancora nata, ma l’anacronismo mostra l’intuizione di una forza che unisce il dentro e il fuori anche di fronte alla scienza novecentesca: le Upanishad ci dicono che «dalla gioia è nata ogni cosa creata».

Il confine tra campagna e città è simile, a una scala diversa, a quello che separa l’India e l’Europa. L’uomo europeo è più complesso, dominante nei confronti della Natura e nei confronti dell’animale che, per lui, non è che un animale. Vi fa contrasto la saggezza indiana, radicata nei testi sacri: la pietà per ogni creatura che sente e soffre non è un’esagerazione sentimentale, ma trova fondamento nella trasmigrazione dell’anima dall’uomo all’animale e dall’animale all’uomo. Qui il confine segna il limite tra due modi di stare al mondo.

L’indiano e il bengalese abitano il mondo in maniera diversa rispetto all’europeo. La tradizione dei Vedanta li accompagna in una verità che appare speculare rispetto alle certezze del progresso occidentale: esiste solo Brahma e noi immaginiamo di esistere. Tuttavia il dubbio del poeta non si scioglie: sdraiato sul ponte della barca, con gli occhi socchiusi, Tagore vede la terra, le acque, il viandante sulla passerella, gli alberi incerti nella luce lunare e il villaggio addormentato dietro i boschetti. Tutto sembra un’illusione di Maya, eppure tocca il cuore e la mente «più veracemente della verità stessa, che è astrazione». La poesia accoglie l’illusione dandole forma sensibile. Così facendo, trova posto tra la natura immobile e l’agire umano.

Il mondo raccontato in queste lettere si distingue dal nostro: qui la natura conserva tutta la sua centralità e accoglie l’uomo riassorbendone il suo agire. Tagore invita a percorrerlo, passando e ripassando sopra il sentiero tracciato dai suoi scritti. Intanto, sul fiume la luna s’è levata, e la sua luce non chiede nulla all’uomo che la guarda.