Ex-Libris | Carl Schmitt, Terra e mare
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Il diritto degli elementi

Carl Schmitt
Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo
[Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betrachtung, Stuttgart, 1954]
Trad. it. G. Gurisatti
Adelphi, Milano 2002 [2009]

Dalla costa si guarda il mare, più raramente la terra dal largo. Una prospettiva naturale, quella di chi abita la terraferma e da lì giudica il mondo. Carl Schmitt rovescia questa antica prospettiva, e capovolgendo lo sguardo, racconta una storia del mondo raccontata come lotta tra due elementi. Lasciati alla chimica i suoi elementi astorici, Schmitt ne cerca altri, vivi, nel mito e nella storia: ogni elemento è la condizione d’esistenza di un popolo che vi plasma la sua libertà. E nella lunga lotta tra i popoli, si oppongono Creta e Atene, poi Sparta e Roma si oppone a Cartagine. Una clausola salva il libro dal determinismo geografico: l’uomo, in quanto animale storico, eccede il proprio elemento, e qualcosa di lui resta libero.

Come gli elementi, anche lo spazio ha una storia. Nel Cinquecento ne emerge uno aperto e indefinito che non ha più orrore del vuoto. Da Copernico a Newton, le caravelle seguono questo spazio aperto: scoprire continenti e circumnavigare la terra sono sintomi di una metamorfosi più profonda, perché l’immagine dello spazio precede le navi. Da qui il nomos, l’appropriazione che ordina un territorio e ne trae il diritto: cambia lo spazio, cambia il diritto. La prova generale di questa tesi è l’Inghilterra, che pur arrivando tardi, nell’ultimo terzo del Cinquecento, alla fine si prende l’oceano. La terraferma passa a una dozzina di Stati sovrani, mentre il mare «appartiene a tutti o a nessuno o in definitiva a uno soltanto: l’Inghilterra» (p. 88). Il diritto si sdoppia e le guerre diventano due: sul mare e sulla terra. Disraeli è tra i primi a sentire che l’isola britannica non è più un frammento d’Europa e che può prendere il largo, cambiando luogo. Mentre il continente resta indietro e viene visto, dal mare, come arretrato, backward.

Dopo il fatto viene la teoria. Un’impalcatura di sistemi scientifici persuade gli uomini della ragionevolezza di questo stato di cose, e il dato originario, una conquista, svanisce dalla memoria. Il fatto precede il diritto e lo genera. L’opposizione tra de facto e de jure cade, perché il primo termine è la sorgente del secondo. Lo jus publicum Europaeum, l’ordine che per secoli regolò la guerra tra gli Stati europei, nasce allo stesso modo: la dottrina arriva sempre dopo l’appropriazione. La storia non si ferma al largo: la rivoluzione industriale inglese trasforma il Leviatano da pesce in macchina, e i figli del mare diventano costruttori di macchine. L’ideale positivistico crede che la ricchezza sia destinata a salire senza fine, fino a un paradiso terrestre millenario. Il fatto, ancora una volta, aspetta la sua teoria, e la teoria ne promette il compimento.

Terra e mare porta con sé una propria filosofia della storia, che affiora nel richiamo all’hegeliano Kapp, il quale ordinava il progresso dell’umanità in stadi acquatici, dal fiume all’oceano passando per il mare. Schmitt lo segue: la conquista dell’oceano supera gli stadi precedenti mentre Venezia, che fu potenza marittima per cinque secoli, resta ferma a quello talassico. La storia ha una direzione e ogni conquista contingente si trasforma in una tappa.

E poi c’è il katechon, «ciò che trattiene» e rallenta la fine dei tempi, come si legge nella seconda lettera ai Tessalonicesi. Schmitt ne fa la potenza che ritarda la fine e dà così un senso politico al tempo concesso alla storia. Il termine compare due volte. La prima volta Schmitt lo attribuisce all’Impero romano d’Oriente, costretto sulla difensiva e tuttavia capace, nonostante la sua debolezza, di resistere per molti secoli all’Islam. La seconda volta ha una sfumatura ironica: Rodolfo II, imperatore dell’indugio e della procrastinazione, aveva qualcosa di un katechon. Un vizio di temperamento viene promosso a funzione storica e il freno frena perché chi dovrebbe decidere non decide.

Agostino d’Ippona, nel De civitate Dei, confessa di ignorare che cosa Paolo intendesse con la parola katechno. Schmitt non conosce questa prudenza e finisce per riconosce il ruolo a chi la storia gli mette davanti, per cui l’etichetta calza a ogni potenza che voglia sentirsi necessaria. E se invece non ci fosse nessun katechon? Cadrebbe l’idea di un progresso che si compie attraverso i fatti della storia e le conquiste resterebbero conquiste, senza alcuna ragione che astutamente le trasformi in tappe.