Tracotante pessimismo
Una lettura di: Manlio Sgalambro, La conoscenza del peggio, Adelphi, Milano 2007. A proposito di: dolore e pessimismo, controstoria e tradizione, pessimismo ed estetica.
Se la storia della filosofia è una serie di note a margine su ciò che Platone ha scritto, quanto Platone ha dissimulato, poiché non scritto o non detto, appartiene di diritto alla sua controstoria. Una controstoria che non è storia minore: Hegel, Kant e Spinoza hanno anch’essi provato a farne parte, con ottimismo ma senza successo. Il pessimista vi appartiene di diritto, giacché il pessimismo comincia con lui e finisce con lui. Perciò non ha cittadinanza, poiché non esiste una tradizione.
Il filosofo pessimista è al più un filosofo estetico. Un fuoco fatuo. Egli non eredita niente ma ogni volta il pessimismo comincia con lui e finisce con lui. «Il pessimismo non lo apprendo da un altro» usa dire. «Ciò che mi viene da altri è al più la sua definizione. Ma il pessimismo lo apprendo da me stesso». (Si deve abbandonare nei suoi riguardi l’idea di ‘storia della filosofia’, e tornare all’idea dell’isolamento del filosofo). L’amore sentimentale delle idee non lo tocca. Se è platonico, lo è in maniera glaciale. Ma il terribile quadro del mondo che egli descrive è tuttavia sempre mundus intelligibilis. Che ci può essere di paterno in lui? In realtà il filosofo pessimista non indugia sulla ‘filosofia’ (o meglio, non è questo il suo tema, si sa, ma il Mondo). Per il pessimismo, anzi, non si prevede ufficialmente alcuna filosofia.
Manlio Sgalambro, La conoscenza del peggio, Adelphi, 2007, p. 16-17
Da ciò che Platone ha provato a nascondere, e su cui non ha scritto che una sola frase, Sgalambro trae il fondamento del suo metodo: un’opera che brilla per la sua hybris nei confronti dei successori di Socrate. Sgalambro rivaluta il pessimismo e lo fa attraverso la conoscenza del peggio, che in fondo è la medesima del meglio – così Platone fa dire a Socrate per bocca di Fedone. Ma mentre Platone si limita ad accennare senza spiegare in cosa il peggio e il meglio stiano sullo stesso piano, Sgalambro sviscera la questione e costruisce un metodo basato sulla sospensione metodologica della vita.
Una sospensione che aspira a dissolvere lo sgomento di un’esistenza finita allargando a dismisura la vita e il suo tempo – vivere di minuti invece che di anni, fino a che la vita dilaghi e i suoi limiti si perdano di vista. Bisogna rimisurare il tempo, questo ordina il filosofo lentinese, aprendo scenari insperati per ogni essere vivente – per ogni morente – che, così facendo, mette una più grande distanza tra sé e l’attimo fatale. Il pessimismo moderno si è nutrito dall’idea del dolore, l’idea che la sospensione della vita possa annullarlo è stata ignorata dalla storia del pensiero. Su questa idea Sgalambro fonda il suo metodo.
Per questo è necessario distinguere il pessimismo ufficiale, quello della storia della filosofia, dal pessimismo autentico, che prescinde da ogni storia e da ogni filosofia già scritte – ad eccezione del Mondo e di ciò che Nietzsche ha preso e portato con sé. Andando al di là di ogni filosofia ottimista e pessimista, Sgalambro ci svela ciò che è il peggio: il mondo in cui il dolore imperversa è quanto di peggio possa esserci capitato. E ciò è peggio anche del dolore, poiché, contrariamente all’ottimismo leibniziano, questo è un mondo che non è per niente il migliore dei mondi, ma il peggiore. E che sia il peggiore, non va nemmeno dimostrato. Per questo l’estetica lo trascende nella sua intuizione immediata e nella capacità di rappresentare il quadro terribile del mundus intelligibilis senza indugiare sulla filosofia. Così con il suo incedere erratico, Sgalambro mostra senza dimostrare. Senza bisogno di provare, indica all’intelligenza di colui che legge con attenzione e distacco e si appropria di queste schegge di sapienza pessimistica.
Ma ci vogliono occhi e cuore attenti per leggere tra le linee del Fedone. Allora l’intelligenza capisce perché Platone non può scrivere cos’è il peggio – o forse non vuole. Perché Socrate è troppo occupato a morire e, nell’attesa di ricongiungersi alle essenze, è altrettanto impegnato a dimostrare che l’anima è immortale. Così, dopo aver detto che bisogna conoscere il meglio e il peggio, lascia stare il peggio e, glissando, si concentra sul meglio. Ma soprattutto, e questo Platone ce lo dice chiaramente, è deluso dalle tesi di Anassagora sull’intelletto, da cui sperava di conoscere l’origine di ogni cosa. E allora Sgalambro, tracotante, trancia il suo giudizio come solo un pessimista educato sa fare: l’intelletto è causa sui e causa mundi. E tutto è meccanicamente destinato a ritornarvi.


