Come si diventa un filosofo
Una lettura di: Giorgio Colli, Filosofia dell’espressione, Adelphi, Milano 1969. A proposito di: interiorità e pensiero, espressione e rappresentazione, origine e astrazione.
Questo è un libro destinato a coloro che vogliono decidere cosa fare della loro vita interiore. Che coltivano l’esigenza di stare sulla soglia del mondo, dove il pensiero non è ancora stato tradito dalle parole. Costoro troveranno in queste pagine un maestro da spremere. A condizione di leggere con umiltà e cuore attento. Non basta scorrere gli occhi per afferrare il contenuto di quest’opera. Essa va letta come un greco leggeva gli scritti degli antichi sapienti.
È un libro eversivo, questo, in cui Colli vi reinterpreta i temi maggiori della metafisica occidentale. E lo fa come solo un minor sa sfidare la tradizione: evitando di cedere alla tentazione sistematica, spostando i problemi, indicando invece di dimostrare. Per arrivarci, si circonda dei suoi predecessori, quei maestri che egli stesso a sua volta aveva spremuto: i Greci, Schopenhauer e Nietzsche – mentre silenzioso, come nascosto tra gli scoli e le definizioni della sua Etica, solo il lettore più attento scorge Spinoza.
Ed è uno scritto archeologico che risale al di là delle origini del pensiero occidentale e, scavando, ne rimette in discussione le fondamenta. Un lavoro maturato nel tempo lungo della ricerca interiore, dai piani tracciati e dagli aforismi annotati nei quaderni del suo autore, la cui interiorità ha partorito questo labirinto teoretico al termine di una speculazione durata una trentina d’anni.
Il lettore è confrontato a un’opera in cui il filosofo semina indizi mentre confonde le piste. Nessun travisamento è ammesso se vuole attraversare il labirinto e uscirne indenne: è necessario fare un passo di lato e guardare il mondo come il fanciullo Dioniso guarderebbe i suoi balocchi. Come l’infante dello Zarathustra, il giovane Dioniso esprime l’innocenza, l’oblio, l’eterno ricominciare del mondo e il suo esaurirsi. Queste sono le figure che ci indicano la fonte, prima che il linguaggio e la rappresentazione si installino e ne limitino l’esperienza. L’origine non è un fatto del passato, non è nemmeno un’astrazione del pensiero: è un evento che si rinnova hic et nunc. E dove comanda il principio, l’origine è viva, presente, accessibile.
Il conflitto originario che oppone tutte le cose si risolve nella trama pulsante del mondo: da questo lato tutto si mostra al di qua del velo dell’esperienza ordinaria, dall’altro un fondo oscuro e inesauribile lo alimenta senza mostrarsi. La rappresentazione è ciò che appare, l’espressione è la forza oscura che la genera. Nell’espressione l’origine affiora con immediatezza, eccedente e refrattaria. La rappresentazione prova a catturarla, fissarla, ridurla – con perdite. Ogni rappresentazione finisce per dissimulare ciò che ne è all’origine. Come una nebbia iridescente sale da oscure paludi senza svuotarle, così il mondo delle apparenze affiora dal fondo senza esaurirlo e in questo affiorare qualcosa si perde e resta nascosto. L’espressione affiora, si mostra e mostrandosi si ritrae – è ciò che il dio indica senza rivelarlo.
E qui risiede l’elemento tragico: non accorgersi che siamo contemporanei dell’inizio del mondo. Ogni origine è una nascita e come ogni nascita, si esaurisce. Chi non la coglie nel momento in cui affiora ha già mancato la propria – e non ha occhi che per la fine, distraendo lo sguardo. Questa disattenzione ci costa fatica, il pensiero non riesce più a trovare un modo di stare nel reale. Come l’espressione si rinnova perpetuamente, altrettanto incessantemente si ripete la caduta del pensiero che si allontana dall’origine nel tentativo di afferrarla.
Il ritorno verso l’origine è possibile, ma il luogo in cui scoprirla è uno solo: l’interiorità. Il luogo in cui l’espressione affiora è situato dentro ogni cuore – e solo occhi attenti e mani pronte possono afferrare l’origine prima che essa si cristallizzi nella rappresentazione. Come attenti e pronti erano gli antichi sapienti che qualcosa avevano afferrato sull’origine delle cose, qualcosa che poi sistematicamente la filosofia ha finito per dimenticare. Con Colli il misticismo si fa gnoseologia nel tentativo di recuperare la prossimità con l’origine. I misteri eleusini, la divinazione, il delirio dionisiaco erano vie di accesso a ciò che precede il pensiero discorsivo. Il sapiente greco sapeva che conoscere è toccare l’espressione prima che faccia ritorno nel fondo delle cose.
Essere contemporaneo del principio del mondo. Questo è l’orizzonte che si apre a colui che legge questo libro con la giusta qualità di attenzione. Accompagnato dai maestri che Colli ha saputo spremere, il lettore attento impara a riconoscere il momento in cui l’espressione nasce nell’interiorità più profonda. E come Eraclito, sapientemente intuisce ciò che è lecito lasciare e ciò che è lecito portare con sé.


